Con Ubuntu, Linux entra negli smartphone

Gadget e Hi-Tech, Mobile, Tecnologie Web, Web e Business     Autore: Thomas Zaffino 7 Commenti »

Con un evento pensato in grande, Canonical ha presentato la versione di Ubuntu per gli smartphone preannunciando il rilascio dei primi dispositivi basati sull’OS Open Source entro la fine del 2013 o, al massimo, l’inizio del 2014. Si tratta di un clamoroso ingresso a gamba tesa nell’universo mobile. Le potenzialità della piattaforma sono infatti enormi, soprattutto se si pensa ai terminali di fascia bassa (level-entry), in cui i costi produttivi sono determinanti.

Il fatto che la versione mobile si integri perfettamente con quelle realizzate per i tablet e i Pc Desktop, inoltre, fa sì che Ubuntu possa configurarsi come ecosistema ideale negli ambienti business, dove la convergenza delle applicazioni su vari dispositivi è un punto assolutamente necessario. Ubuntu è quindi paradossalmente interessante anche per i cosiddetti «superphones», ovvero gli smartphone dotati di processori multi-core e capaci di riprodurre l’esperienza desktop.

 

Ubuntu Homepage

Ubuntu è stato presentato in esecuzione su un Nexus Galaxy.
La foto mostra la schermata di benvenuto.

 

Canonical, la software house che produce la distro Linux Ubuntu,  sta lavorando su una versione per smartphone dell’OS che, a differenza di altri sistemi operativi, utilizza lo stesso software di base della sua controparte per desktop e smart-TV. I vertici di Canonical stimano di potere rilasciare i primi dispositivi basati sulla versione mobile di Ubuntu per la fine del 2013 o, al massimo, per l’inizio del 2014.

L’annuncia rientra nel piano di Canonical di fornire una piattaforma compatibile con tutti gli schermi: TV, tablet, laptop e smartphone. Come sostiene il fondatore di Ubuntu, Mark Shuttleworth, «La cosa che rende Ubuntu diverso, unico, è la sua vocazione alla convergenza». Shuttleworth aggiunge anche «Crediamo profondamente che telefoni, tablet, PC, televisori intelligenti, server, cloud e supercomputer possano eseguire una piattaforma comune».

 

Schermata principale di Ubuntu

La schermata principale ospita un elenco di applicazioni, chiamate, sms,
e-mail e un elenco delle  applicazioni recentemente usate.

 

Il sistema operativo che, ha detta di Shuttleworth, tratta le applicazioni native e quelle web con uguale «cittadinanza», viene si propone di raggiungere una ampia varietà di utenti. Per i produttori che vogliono puntare su dispositivi di fascia bassa, per i mercati emergenti o in via di sviluppo, Shuttleworth sostiene che la piattaforma offre un percorso a basso costo. Il fondatore di Canonical ha anche detto che il sistema operativo è semplice da usare, offrendo un’esperienza essenziale, risolvendo alcuni punti critici di Android, ritenuto a volte troppo complesso.

Shuttleworth ha dichiarato che la società ha scelto di lavorare deliberatamente con vecchio hardware per dimostrare i pochi requisiti di sistema richiesti da Ubuntu, nel caso i produttori vogliano intraprendere la strada dei dispositivi di fascia bassa. Ma Ubuntu si qualifica anche come sistema adatto ai dispositivi di fascia alta, i cosiddetti «superphones», dotati di processori muti-core e in grado di garantire una convergenza completa del desktop.

 

Funzioni Ubuntu

Scorrendo da sinistra a destra, viene visualizzato l’elenco delle applicazioni
recenti, mentre strisciando da destra a sinistra, torniamo all’applicazione precedente.

 

La scherma principale del sistema ospita più o meno quello che ci si aspetta di vedere: un elenco di applicazioni, chiamate, sms, e-mail, opzioni e un elenco dell’applicazioni recentemente usate. Shuttleworth ha dichiarato che la piattaforma offre un vantaggio, rispetto ad altri OS, in quanto non richiede l’installazione di una Java Virtual Machine (come Dalvik per Android). Ubuntu OS, inoltre, supporta sia i dispositivi ARM che gli x86-based.

Canonical ha implementato funzionalità su ogni lato dello schermo di Ubuntu, in maniera che scorrendo ciascun lato si possa eseguire un’azione. Ad esempio scorrendo da sinistra a destra, viene visualizzato l’elenco delle applicazioni recentemente, mentre strisciando da destra a sinistra, torniamo a ciò che stavamo facendo prima, funzione molto simile al modo in cui funzione il pulsante indietro su Windows Phone.

 

Ubuntu App

La piattaforma si differenzia da altri sistemi operativi mobili visualizzando
applicazioni che sono disponibili per il download, dal negozio, ma non ancora installate.

 

Facendo scorrere il dito verso il basso, viene visualizzata la lista di tutte le notifiche, con la possibilità di accedere rapidamente alle varie aree del telefono, come contatti, le chiamate, i messaggi ecc.. Scorrendo infine dal basso verso l’alto, viene visualizzato un elenco di opzioni per qualsiasi applicazione che viene aperta.

Mentre Ubuntu visualizza le applicazioni già installate, la piattaforma si differenzia da altri sistemi operativi mobili visualizzando applicazioni che sono disponibili per il download, dal negozio, ma non ancora installate.

 

Ubuntu Gallery

L’applicazione Galleria, nativa sul sistema operativo Ubuntu.

 

Grazie al patrimonio esistente sulla piattaforma Ubuntu, la società può realizzare rapidamente tutti i servizi che ruotano intorno ad una piattaforma mobile, come ad esempio i servizi in cloud e la l’app store. Tuttavia, Canonical dovrò necessariamente permette agli sviluppatori di creare applicazioni native per Ubuntu, per attrarne il maggior numero possibile sulla propria piattaforma.

Mentre Shuttleworth ha parlato di applicazioni web HTML5 e applicazioni native come «cittadini uguali» sulla piattaforma, ha anche detto che le applicazioni native rappresentano attualmente la strada maestra per ottenere migliori prestazioni su di un dispositivo.

 

Perché Microsoft rischia un clamoroso effetto domino?

Gadget e Hi-Tech, Mobile, Tecnologie Web, Web e Business     Autore: Thomas Zaffino 1 Commento »

Che le vendite di Pc siano in declino è un fatto che non appartiene più alle previsioni e che potrebbe trascinare con sé il nuovo sistema operativo di Microsoft, Windows 8, il cui successo è ancora fortemente connesso al mondo degli ambienti desktop, anche se la casa di Redmond stia facendo il possibile per mutare questa condizione, in particolare spingendo sulle vendite dei suoi tablet Surface RT. Purtroppo per Microsoft, si prefigura la possibilità di un effetto domino che potrebbe mettere a rischi il resto delle attività del gigante di Redmond.

 

Steve Ballmer

Con le vendite di Windows 8 che non decollano e con quelle dei Pc in declino,
chissà se Steve Ballmer continuerà a sorridere?

 

L’intero business di Microsoft si basa sulle vendite di Pc, e le vendite di Pc a livello globale stanno diminuendo, tanto che nei prossimi trimestri potrebbe verificarsi un effetto a catena sulle attività dell’azienda di Redmond. Meno vendite di Pc significato minor numero di licenze Windows, che a loro volta potrebbe portare a un ridimensionamento dei server aziendali offerti dalla società.

Microsoft ha compreso che il mondo dei Pc sta cambiando e sta cercando di spostare il suo business su nuovi settori. Lo ha fatto già con l’offerta di un proprio tablet, destinato all’era del Post-PC, disponibile in due versione, Surface RT e Surface Pro. Lo ha fatto anche con l’offerta di un sistema operativo post-PC, Windows 8, in grado di coprire una più vasta gamma di dispositivi.

 

Windows 8

Windows 8 è un sistema post-Pc in grado di funzionare su una più ampia gamma
di dispositivi. Microsoft spera con esso di recuperare il gap sul mercato mobile.

 

Microsoft sta cercando, ma qualcosa non funziona… La piattaforma si sta pian piano sgretolando, l’ecosistema non viene valorizzato. La preoccupazione è che il calo delle vendite di PC possa colpire altre aree business di Microsoft. Le vendite di PC colpiscono le vendite delle licenze di Windows che, a loro volta, colpiscono le vendite di Office e dei software di fascia server.

La società di ricerca NPD ha dichiarato che nelle prime quattro tre settimane successive al lancio di Windows 8, le vendite di Pc dotati di OS Microsoft sono scese del 21% rispetto all’anno precedente. Le vendite di Pc desktop sono scese del 9%, mentre quelle di notebook sono calate del 24%.

Qualcuno osserva che ciò potrebbe essere solo il ripetersi della storia. Microsoft ha infatti venduto più versioni stand-alone di Windows 7 nella prima settimana dal lancio, ma le vendite di Pc basati su Windows 7 sono stati inferiori a quelle di Pc basati su Vista.

 

Surface

Nonostante le buone vendite iniziali, Surface non ha ancora avuto il successo tanto
sperato da Microsoft. L’azienda confida però nella versione Pro in uscita a Gennaio 2013.

 

Nel complesso, sono state vendute oltre 40 milioni di licenze di Windows 8, attestandosi ad un valore maggiore rispetto a quanto accaduto con le vendite di Windows 7 nel primo mese. StatCounter afferma che ciò si nell’1,31% di quota del mercato, mentre Net Applications ritiene che Windows 8 sia installato sullo 0,45% di tutti i nuovi computer, nel primo mese, il doppio di quanto accaduto con Vista, ma dietro le vendite di Windows 7 (4,93%).

Il vero problema, però, è che le vendite di iPad e dei tablet Android stanno assorbendo quasi l’intero mercato BYOD (Bring Your Own Device). Il mercato mobile, infatti, non mostra segni di cedimenti, mentre le vendite di Pc sono scese di quasi il 10% in tutto il mondo, su base annua, questo nonostante la crisi che ha sicuramente ridotto i consumi. Ne consegue che c’è stato uno spostamento dei consumi dai PC tradizionali ai dispositivi portatili (tablet e smartphone).

IDC stima che nel mercato degli smartphone, la quota BlackBerry si riverserà nell’iPhone e nei dispositivi Android. Entro il 2016, iPhone e iPad, insieme a dispositivi Android, domineranno l’intera scena. Apple ha venduto 14 milioni di iPad nell’ultimo trimestre, e ha venduto 4.9 milioni di Mac. In totale, fanno circa 19 milioni di dispositivi. In confronto, Lenovo ha venduto 13,7 milioni di unità, con un incremento del 10% su base annua, ma il resto del mercato dei PC ha subito cali.

 

Apple iPad

Apple ha venduto 14 milioni di iPad nell’ultimo trimestre, e ha venduto
4.9 milioni di Mac. In totale, fanno circa 19 milioni di dispositivi.

 

Microsoft spera di vendere da 3 a 5 milioni di tablet Surface nell’ultimo trimestre. È chiaro che le vendite di Surface possono permettere a Microsoft il recupero di quote del suo sistema operativo, ma non possono certamente colmare il vuoto lasciato dal crollo delle vendite di  Pc.

Per Microsoft, però, i problemi non finiscono qui. Anche se è ancora presto tirare conclusioni per Windows 8, è chiaro che si percepisce una disaffezione degli sviluppatori nei confronti della piattaforma di Redmond. Gli sviluppatori stanno iniziando a rivolgersi ad altri mercati, Apple in prima linea. La piattaforma app di Microsoft non è certo un focolaio di attività. Un recente aggiornamento suggerisce che sullo Store di Windows ci siano poco più di 20.600 applicazioni. Microsoft, inoltre, non detiene più l’ecosistema di sviluppatori di un tempo.

Molti sviluppatori stanno valutando la possibilità di convertire le proprie applicazioni per iPad, considerata la piattaforma di «migliore» (o quanto meno la più popolare), con tutti i problemi del caso. Il rapporto di fedeltà tra gli sviluppatori Microsoft e l’azienda si sta logorando. Il fatto è che la stragrande maggioranza del software Windows è privato e al di fuori dell’ecosistema App Store.

 

Windows Store

Purtroppo per Microsoft, la stragrande maggioranza del software Windows
è privato e al di fuori dell’ecosistema App Store creato per Windows 8.

 

Le piattaforme Microsoft e Research in Motion sono state tagliate fuori dagli sviluppatori hobbisti, maggiormente concentrati sugli ecosistemi iPad e Android. I professionisti e le imprese hanno bisogno di monetizzare, concentrando i propri sforzi laddove ne valga la pena. Attualmente, i soldi girano sul mercato iPad e Android. Windows 8 e BlackBerry 10 sono probabilmente tagliati fuori.

Altro grande problema di Microsoft è il compagno ‘perfetto’ di Windows 8 e dei tablet Surface, ovvero la piattaforma Windows Phone. Se Windows Phone ha effettivamente spento, sarà probabilmente più per caso che altro. Fino a quando Surface non avrà raggiunto una certa quota, è difficile ipotizzare che le vendite di tablet e smartphone Windows possano influenzarsi vicendevolmente. Gli analisti si aspettano che ciò possa accadere nei i prossimi anni.

Nel frattempo, gli ultimi dati di comScore danno il sistema operativo mobile di Microsoft al 3,2%, in discese su base mensile, nel mercato statunitense. Nonostante la collaborazione di Microsoft con Nokia, con gli smartphone Lumia, Microsoft non riesce ancora ad invertire il declino nel mercato smartphone.

 

Nokia Lumia 920

Nonostante la collaborazione di Microsoft con Nokia, con gli smartphone Lumia,
Microsoft non riesce ancora ad invertire il declino nel mercato smartphone.

 

Considerando le scarse vendite di dispositivi Lumia, l’unica speranza di Microsoft di rilanciare la sua divisione smartphone è di produrre uno proprio dispositivo o confidare nelle vendite di un player come Samsung, che ha spinto in alto le vendite di dispositivi Android.

Infine, le scarse vendite di Pc, e quindi di sistemi operativi Windows, finirà per incidere anche sulle vendite dei Office. A meno che Microsoft possa continuare a sperare nei servizi cloud-based, che offrono la condivisione di documenti e la collaborazione in cloud, come succede con Office 365.

Microsoft ricava la maggior parte delle sue entrate dai server e dal software aziendale, essendo in grado di garantire un flusso costante di entrate con contratti di business a lungo termine di business e con la vendita delle licenze. Se le vendite di Windows e Office si riducono, in favore di hardware e sistemi operativi rivali, ciò non potrà non incidere anche sulle tecnologie back-end di Microsoft.

 

Office 365

Con le vendite software in calo, l’unica speranza per Microsoft
è riposta nei servizi in cloud, come Office 365.

 

La divisione Microsoft Server and Tools ha prodotto 4,5 miliardi di fatturato nel primo trimestre della società, mentre 5,5 miliardi dollari sono stati fatturati della divisione Business. I server e gli strumenti aziendali sono al centro di business di Microsoft, ma senza PC Windows ad operare, le vendite di software di back-end e business potrebbero diminuire, contribuendo allo sgretolarsi dell’intero castello Microsoft.

 

Navigazione anonima: Do Not Track, dopo il danno la beffa!

Tecnologie Web, Web e Business     Autore: Thomas Zaffino 2 Commenti »

Do Not Track (DNT) è un progetto che mira ad un risultato molto ambito per gli utilizzatori del Web: permettere di navigare senza essere tracciati. Quella del tracciamento dei dati è un problema che nasce con la Rete. Tutti gli operatori coinvolti, partendo dal fornitore della connessione e finendo al servizio di e-mail più o meno gratuito, hanno sempre cercato di utilizzare il più possibile dei dati provenienti dai propri clienti.

Lo scopo, neanche tanto celato, è quello di «profilare» gli utenti, ovvero di costruire dei profili nei quali raggruppare il maggior numero possibile di persone, costruendo in tal modo una «massa» specifica molto appetibile dal punto di vista della pubblicità. Se riesco a raggruppare, ad esempio, 20 mila persone in un determinato profilo che interessa un certo produttore, ecco che riuscirò a vendergli la possibilità di contattare in qualche modo queste persone.

Mettiamoci l’anima in pace. Tutti profilano! Partendo da gestori delle reti fisse e mobili, passando per i siti e per numerose applicazioni, ogni nostra singola azione è sapientemente registrata ed utilizza per scopi commerciali e chissà quali altri. I siti, ad esempio, hanno evoluto la propria capacità di tracciare gli utenti con i cosiddetti supercookie, ovvero oggetti Flash capaci di tracciare l’utente anche dopo che si è disconnesso dal Pc, arte in cui Facebook eccelle, forte dei suoi numerosi social widget (pulsanti like, condividi, accedi ecc.) disseminati su centinaia di migliaia di siti, è capace di seguire i suoi utenti anche dopo un mese dalla disconnessione.

 

DNT su Firefox
Firefox, sin dalla versione 5.0,  ha deciso di prevedere la possibilità,
per gli utenti, di abilitare la modalità di navigazione anonima DNT.

 

Non dobbiamo preoccuparci, però. Il tracciamento non è prerogativa di Mark Zuckerberg. Lo fanno anche Google, Yahoo!, Microsoft, Apple ecc. ecc. Esistono metodi di difesa, come alcuni plugin per i browser, come BetterPrivacy o Advanced Cookie Manager per Firefox (gli altri browser hanno caratteristiche simili), grazie ai quali è possibili ripulire il nostro Pc da questi mostri traccianti, impedendo ai gestori di raggiungere lo scopo prefisso.

La brutta notizia è che, se vogliamo preservare la nostra privacy, dobbiamo continuare ad adoperare questi strumenti. Ciò che non è noto alla maggior parte degli utenti, infatti, è che DNT richiede l’adesione volontaria dei gestori dei servizi web. In poche parole, non basta utilizzare un browser che implementi questa modalità di navigazione, cosa che ormai fanno tutti, a partire da Firefox, Chrome, Safari ecc., alcuni addirittura in maniera nativa, come Internet Explorer 10 su Windows 8. C’è bisogno infatti che chi sta dall’altra parte della rete faccia la sua parte, come Twitter, ad esempio, che ha scelto di disattivare alcuni componenti per il tracciamento della navigazione, scelta dettata anche dall’esigenza di proteggere l’incolumità di quegli utenti che possono postare commenti molto scomodi.

Nelle policy di Twiter, si può leggere infatti: «Se navighi con l’opzione DNT attivata,  Twitter cessa di raccogliere le informazioni che ci permettono di personalizzare il servizio in base alle tue recenti visite a siti che hanno integrato i nostri pulsanti o widget. In particolare, viene rimosso il cookie unico che collega il tuo browser con il nostro ecosistema. Twitter, inoltre, non fornisce più consigli su misura per te… ».

 

DNT su Chrome
Anche Chrome permette di attivare la modalità di navigazione anonima.

 

Il funzionamento di DNT è molto semplice. Il browser imposta il valore di uno user-agent (tipo DNT = 1). Con questo, l’utente esprime il desiderio che i suoi movimenti online non vengano tracciati. Purtroppo, come dicevano, ciò che l’utente ignora è che si tratta solo e soltanto di un desiderio. Perché si verifichi un risultato concreto, per l’utente, occorre la cooperazione e la buona fede di chi opera dall’altra parte.

Peccato però che la maggior parte di chi opera sul web abbia un’idea molto differente rispetto a quella utopistica di DNT, tanto che sono stati numerosi i soggetti pubblicitari che hanno manifestato aspramente contro la decisione di Microsoft di munire il suo IE 10 dell’opzione DNT attivata in maniera nativa.

Utilizzando pertanto un browser che supporti e abiliti il DNT, ciò che facciamo è semplicemente inoltrare, agli inserzionisti dei siti web, una cortese richiesta di non raccogliere e memorizzare le nostre informazioni senza il nostro consenso esplicito. Secondo Sarah Downey, avvocato che si occupa di privacy online per conto di Abine , non è ciò che sta succedendo. Due grandi associazioni, l’Interactive Advertising Bureau e il Digital Advertising Alliance, rappresentano il 90% degli inserzionisti. Downey dice che questi grandi gruppi hanno messo a punto la propria interpretazione su DNT. Quando i server controllati da queste grandi imprese incontrano un «DNT = 1», dice sempre Downey, «le due società cesseranno gli annunci mirati, ma continueranno ancora a raccogliere, immagazzinare e fare soldi sui dati».

 

DNT+ per Firefox

DNT+ è un’estensione di Firefox che permette di disattivare,
in maniera attiva, il tracciamento dei dati da parte dei siti visitati.

 

Un’interpretazione perversa che discosta senza ombra di dubbio da ciò che un normale utente si aspetterebbe. La realtà è che ci sono poche realtà come Twitter che rispettano la volontà dei propri utenti. Tra l’altro, la cosa è aggravata dal fatto che questa opzione è considerata dalla normativa sulla privacy come un «Opt Out». In pratica, è l’utente che deve dichiararsi non interessato ad essere tracciato, quando la logica vorrebbe l’esatto contrario, ovvero esprimere il consenso all’utilizzo dei propri dati.

A ciò aggiungiamo che le pratiche di tracciamento hanno subito un’accelerazione impressionante, permettendo sempre in misura maggiore di correlare l’attività online con quella offline (ovvero con la vita reale).

Alla recente conferenza TechCrunch Disrupt, Robert Scoble ha riferito in merito a nuove applicazioni che utilizzano dispositivi mobili per raccogliere dati: «Il CEO di Glympse, Bryan Trussel, mi ha detto che la sua squadra sta sviluppando un’applicazione di mappatura contestualizzata su Android per poi spostarla anche su iPhone». Android permette infatti agli sviluppatori di accedere al dialer in modo che le applicazioni possano controllare chi ci chiama e chi chiamiamo. L’OS di Google permette anche di monitorare le connessioni Wi-Fi e Bluetooth in modo che le applicazioni possano creare sistemi migliori per tenere traccia di dove siamo, chi abbiamo nelle vicinanze e se ci troviamo nei pressi di oggetti come la nostra auto.

 

BetterPrivacy per Firefox

BetterPrivacy, estensione sempre per FireFox, provvede alla cancellazione
dei cosiddetti supercookie, ovvero dei potentissimi oggetti traccianti realizzati con Flash.

 

Un numero sempre maggiore di compagnie si offre di acquistare questi dati raccolti, fenomeno che negli USA sta cominciando a verificarsi persino nella politica, lasciando presagire un futuro oscuro e alquanto distopico. Due aziende pubblicitarie offrono file di elettori per annunci mirati su gruppi di Facebook. Intermarkets e CampaignGrid consentono agli inserzionisti di indirizzare gli annunci sulla base di dati pubblicamente disponibili e che riguardano gli elettori.

Anche se attiviamo DNT, tali informazioni saranno comunque raccolte, conservate e utilizzate per creare un profilo più o meno accurato su di noi, profilo che può essere usato da agenzie di credito, grandi aziende e compagnie di assicurazione per prendere decisioni che ci concernono e che possono letteralmente influenzare la nostra vita.

Come se ciò non bastasse, la versione più recente del web server open source Apache ignora completamente l’opzione DNT se si utilizza Internet Explorer 10, come ha dichiarato Stephen Shankland di CNETRoy Fielding, autore dello standard DNT, ha scritto un patch per Apache che imposta il server Web per disabilitare DNT se il browser utilizzato è Internet Explorer 10. Il patch è stato denominato da  Fielding: “Apache non tollera l’abuso intenzionale di standard aperti”». A seguito dell’aggiornamento, i server Web Apache che utilizzano il software ignorano le impostazioni di DNT per gli utenti che usano IE10.

 

Advanced Cookie Manager per Firefox

Advanced Coookie Manager è anch’esso uno strumento per Firefox
che permette di gestire i vari cookie traccianti presenti sul Pc.

 

Installando Windows 8 e scegliendo l’opzione di installazione personalizzata, è possibile scegliere di abilitare l’opzione DNT all’interno di Internet Explorer, in modo che sia l’utente ad esprimere consapevolmente la propria scelta, come prevede lo standard, senza subire, in un certo senso, la scelta predeterminata di Microsoft, cosa che viene contesta nel mondo Open Source. Nella sostanza, anche esprimendo tale scelta, l’opzione sarà ignorata da circa la metà dei web server sparsi sul globo.

Concludendo, «Do Not Track» non è sinonimo di privacy, nonostante abbiamo manifestato apertamente il nostro dissenso. Si tratta anzi di uno scherzo crudele, poiché le aziende continueranno a raccogliere e archiviare informazioni su di noi ignorando il nostro intento. Forse sarebbe stato meglio lasciare le cose come stavano, certamente gli utenti sarebbero stati più consapevoli.

Nel frattempo, se abbiamo a cuore la privacy, meglio continuare ad utilizzare tutti quegli strumenti che eliminano attivamente la raccolta di informazioni di qualsiasi genere…

Smartphone: gli sviluppatori preferiscono ancora iOS ad Android!

Gadget e Hi-Tech, Mobile, Web e Business     Autore: Thomas Zaffino 5 Commenti »

Nonostante il predominio di Android nelle vendite di dispositivi, sono i prodotti iOS a convogliare l’attenzione della maggior parte degli sviluppatori di applicazioni mobili, i quali, secondo diverse analisi, possono trarre dalla piattaforma Apple maggiori benefici.

Ora, l’Emerging App Culture Report, uno studio di Ericsson ConsumerLab, ha fatto rilevare che a spingere le vendite di smartphone sono soprattutto le App.  Secondo la ricerca, il 69% dei possessori di smartphone si connette ogni giorno attraverso App, mentre il 20% naviga e consulta contenuti multimediali.

 

Applicazioni iOS

Per  1 dollaro che gli sviluppatori ricavano da iTunes Apple Store, ne ricavano solo 0,23
da Google Play. Se ne deduce pertanto che, in termini di ricavi, la scelta di sviluppare
sulla piattaforma Apple è sicuramente più saggia.

 

Eric Shmidt, presidente esecutivo di Google, ha dichiarato lo scorso anno che la posizione predominante di Android sul mercato mobile avrebbe spinto gli sviluppatori a preferire la piattaforma di Mountain View rispetto a quella di Cupertino. La previsione di Shmidt, secondo cui il numero di dispositivi avrebbe spinto un maggior numero di sviluppatori a fornire applicazioni per Android, è parzialmente vera. Ciò che Shmidt non ha considerati è che il maggior volume non implica necessariamente maggiori ricavi.

Sono vari i fattori che influenzano la decisione di uno sviluppatore di concentrarsi o meno su una piattaforma di sviluppo. Uno di questi è la probabilità che si possano ricavare soldi da un App. La casa di Cupertino ha reso 700 milioni di dollari agli sviluppatori iOS, nel corso dell’ultimo trimestre del 2011, mentre Google ha permesso solo 210 milioni di dollari come ricavi dell’intero 2011.

 

Train Times App for iOS

L’aggiornamento alla piattaforma iOS 5 riguarda l’86,2% dei dispositivi Apple,
secondo i dati raccolti dall’App Train Times per iPhone e iPod touch.

 

Flurry, un servizio di app-tracking, riferisce che, avendo le due piattaforme la stessa quantità di utenti, per  1 dollaro che gli sviluppatori ricavano da iTunes Apple Store, ne ricavano solo 0,23 da Google Play. Se ne deduce pertanto che, in termini di puro guadagno, la scelta di sviluppare sulla piattaforma Apple è sicuramente più saggia.

Un altro fattore che influenza la decisione degli sviluppatori nel preferire Apple è la grande frammentazione presente sulla piattaforma Android, sulla quale girano attualmente 1.363 modelli di dispositivi di 599 marche diverse. La maggior parte dei dispositivi Android, inoltre, girano ancora con la release Android 2.3 (65%),  mentre la versione 4.0 ICS gira solo sul 7% dei dispositivi.

 

App Android

Nonostante la maggiore diffusione di dispositivi, i ricavi per gli sviluppatori Android sono
miseri rispetto a quelli garantiti dalla piattaforma Apple.

 

La scelta di Apple di un legame stretto tra software e dispositivi aiuta gli sviluppatori a creare applicazioni che pongono l’accento sulla compatibilità del dispositivo. L’aggiornamento alla piattaforma iOS 5 riguarda infatti l’86,2% dei dispositivi Apple, secondo i dati raccolti dall’App Train Times per iPhone e iPod touch.

Gli utenti della piattaforma Apple sono infine più propensi di quelli Android a pagare per ottenere un app. La cosa si motiva anche dal fatto che se un utente acquista un app su iTunes, gli amici saranno spinti ad acquistarla (nel caso piaccia) anche loro per il loro iPhone. Sulla piattaforma Android, invece, l’applicazione potrebbe non essere compatibile con tutti i dispositivi.

 

Frammentazione Android

La piattaforma Android presenta una grande frammentazione che non garantisce sufficientemente
la compatibilità delle applicazioni sugli oltre 1300 modelli di smartphone disponibili.

 

Il fatto che Android domini il mercato dei dispositivi non è quindi un fattore sufficiente per spingere gli sviluppatori a produrre applicazioni per l’OS di Google e, di conseguenza, a generare quei ricavi che Shmidt auspica per Google.

Chrome OS 2.0: si va verso l’integrazione con Android!

Gadget e Hi-Tech, Tecnologie Web, Web e Business     Autore: Thomas Zaffino Nessun Commento »

È passato poco più di un anno da quando, su questo blog, annunciavamo entusiasticamente del futuro glorioso di Chrome OS, il sistema che avrebbe soppiantato quelli tradizionali, almeno nell’uso domestico di PC e notebook. Il sistema, come ben si sa, funziona quasi esclusivamente in Cloud, attraverso il ricorso al solo browser Chrome, sfruttando le applicazioni disponibili sotto forma di plugin. C’è da dire che Chrome OS è provvisto di alcune funzionalità di base che ne consentono l’utilizzo in  modalità offline, quando non si dispone di una connessione, gestendo la sincronizzazione dei dati non appena ci si riconnette ad Internet.

Sempre lo scorso anno, di questi tempi, furono annunciato i primi Chromebook. Non furono poche le critiche verso questi dispositivi che, pur non essendo dotati di particolari caratteristiche, presentavano prezzi ritenuti non proprio concorrenziali.

 

Chrome OS versione 19

La versione 19 di Chrome OS permette ora di aprire più finestre in multitasking.

 

Il miracolo non è avvenuto e, allo stato attuale, Chrome OS sembra essere l’ennesimo flop dell’era informatica. I Chromebook, nonostante un buon inizio, non hanno riscosso molto successo, nemmeno con la formula del noleggio. I dati sono talmente pessimi che le società di analisi non forniscono cifre. L’idea è che l’entrata in competizione con Mac OSX o addirittura Windows sia ancora molto lontana per l’OS di Mountain View, che nel frattempo sembra voler puntare su alcune nicchie di mercato, come le scuole o alcuni settori industriali nei quali può essere utile avere a disposizione una specie di terminale per la navigazione.

Google e i suoi partner sembrano però volerci riprovare, con un lancio in chiave 2.0. Mountain View lo fa con una nuova versione del suo sistema, la 19, rinnovato ma sempre con il medesimo limite: l’essere totalmente dipendente da Internet, offrendo un insieme limitato di funzioni che un PC è in grado di offrire. Il tutto, poi, conditi da un hardware che ha un costo simile a quello dei sistemi tradizionali.

 

Chromebook Samsung Series 5

Il nuovo Samsung Series 5 550 è 2,5 volte più veloce rispetto alla prima generazione.
Il prezzo, però, rimane pur sempre elevato rispetto ai notebook tradizionali.

 

La ripartenza di Chrome OS è accompagnata dal lancio di un nuovo Chromebook, il Series 5 550, versione rinnovata del notebook di Samsung che presenta uno schermo da 12,1 pollici (1280x800px), un processore Intel Celeron dual-core da 1,3GHz, 4GB di RAM e un SSD da 16GB per lo storage locale. Il prezzo parte da 449 dollari, per la versione solo Wi-Fi. In opzione si può ottenere il modulo 3G. La batteria garantisce un’autonomia di ben 7 ore. Il peso è di circa 1,5 Kg.

Samsung ha presentato anche un Chromebox, ovvero un desktop compatto dotato di processore Intel Celeron dual-core da 1,9GHz, 4GB di RAM e 16GB SSD per l’archiviazione, sei porte USB, due DisplayPort e una DVI, Bluetooth 3.0, Wi-Fi (802.11b/g/n) e porta Ethernet Gigabit. Il prezzo è più abbordabile: si parte da 329 dollari, ai quali vanno aggiunti i costi delle periferiche necessarie (tastiera, mouse, schermo ecc).

I nuovi dispositivi potranno ora lavorare in multitasking, con la possibilità di aprire più finestre. Fra le nuove caratteristiche del sistema, un lettore multimediale più sofisticato, un editor di immagini e opzioni di streaming video avanzate per YouTube, Netflix ecc. Rispetto alla prima generazione di Chromebook, il nuovo Serie 5 550 è circa due volte e mezzo più veloce, mentre il desktop circa tre volte e mezzo. L’avvio del notebook avviene in circa sette secondi, mentre il desktop ne impiega circa cinque.

 

Chromebox

Il nuovo Chromebox di Samsung è più economico (parte da 329 dollari) e risulta circa 3,5 volte
più veloce rispetto alla prima edizione. Occorre tuttavia aggiungere il costo delle periferiche
necessarie: tastiera, mouse, monitor, ecc.

 

Caesar Sengupta, responsabile dei prodotti Chrome OS di Samsung, ha presentato le due novità dichiarando che l’azienda si ritiene «soddisfatta del lavoro svolto, credendo fortemente nella visione di Chrome OS». Peccato che l’affermazione non sia suffragata dalle vendite del Chromebook di prima generazione. Acer ha dichiarato di avere venduto solo 5000 unità mentre Samsung non ha proprio divulgato cifre. La conferma del flop di vendite, tra l’altro, era stata ammessa anche da Eric Schmidt, volato a Taiwan per magnificare i vantaggi del sistema operativo targato Mountain View, soffermandosi sull’avvio veloce, l’assenza di virus, le licenze gratuite ecc. I produttori erano rimasti scettici.

La novità per Chrome OS potrebbero arrivare però dalla volontà di Google di integrarlo con Android, per convergere in un sistema operativo unico o quanto meno nella direzione di permettere agli utenti di smartphone, tablet e PC un’esperienza d’uso unica. Linus Upson, vicepresidente della divisione Engineering di Google, ha delineato un possibile percorso per il futuro di Chrome OS e di Android, proprio durante la presentazione dei nuovi Chromebook Samsung Serie 5 550 e della nuova versione di Crome OS 19.

 

Chrome su Android

La versione beta di Chrome per Android offre già agli utenti di smartphone l’esperienza di
navigazione tipica sia della versione Desktop del browser, sia di quella di Chrome OS.

 

Il team di sviluppo di Chrome OS e quello che si occupa di Android starebbero infatti lavorando in maniera sempre più stretta, cosa che non rende necessariamente automatica la fusione dei due sistemi, date le enormi differenze tra tecnologie impiegate dai PC desktop e notebook rispetto a quelle disponibili su telefonini e tablet. Ci sono anche da considerare le diverse aspettative degli utenti.

Per Upson, la convergenza è già in essere. Chrome è infatti disponibile, anche se in beta, per gli smartphone Android, offrendo alcune delle funzionalità proprie di Chrome OS. Anche su Windows e Mac gli utenti fruiscono della medesima esperienza di navigazione online, tra l’altro. Il manager Google è in ogni caso convinto che dispositivi differenti necessitino di sistemi operativi differenti.

Microsoft, ad esempio, ha progettato Windows 8 per renderlo funzionale anche sui tablet, ma sul versante smartphone, il sistema operativo di riferimento è la piattaforma mobile Windows Phone, adottata da Nokia per la serie Lumia. Apple ha anch’essa aggiornato OS X Lion per fornire integrazione con le app di iOS, ma Tim Cook è della medesima opinione di Upson, ritenendo che dispositivi differenti devono impiegare sistemi operativi differenti.

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