EcoBot, il robot che trasforma i rifiuti in energia!

Ecologia e Risparmio Energetico     Autore: Thomas Zaffino Nessun Commento »

EcoBot III, ovvero la terza generazione del progetto sviluppato all’Università di Bristol, si alimenta con materiale organico, cioè il cosiddetto umido dei rifiuti che produciamo e che finisce in discarica, perché non riciclabile, trasformandolo in energia elettrica. L’obiettivo del progetto Ecobot è di arrivare nelle nostre case per sostituire il cassonetto della spazzatura.

Certo, questo è uno degli obiettivi ma non è certamente l’unico. Un altro che emerge immediatamente è la possibilità, per i robot di casa, di alimentarsi senza il problema di dover ricaricarne le batterie. Questi robot, in un certo senso, liberandoci dai rifiuti provvederanno ad attingere da questi l’energia necessaria per la loro autonomia.

Questo è quanto promette EcoBot III, la terza generazione di robot alimentati a celle a combustibile microbiche, che l’Università di Bristol sta sviluppando già dal 2002. La prima generazione, EcoBot, era un prototipo sperimentale che, invece di alimentarsi con delle normali batterie e dover sottostare ai consueti (nonché indispensabili) cicli di ricarica, faceva uso dello zucchero per generare autonomamente l’energia elettrica necessaria al suo funzionamento.

 

Ecobot III

Il prototipo Ecobot III, terza generazione del progetto avviato nel 2002
dall’Università di Bristol, all’opera durante il processo di digestione dei rifiuti.

 

La seconda generazione, riusciva a trarre energia da biomassa non raffinata, nutrendosi ad esempio con insetti morti, con frutta marcia e con gusci di crostacei. La terza generazione, più sofisticata rispetto ai prototipi predecessori, è meno schizzinosa nella scelta del cibo: «Ecobot III si nutre di carburanti biologici ed è quindi in grado di reperire ovunque il carburante necessario», spiega John Greenman, microbiologo del Bristol Robotics Laboratory, precisando che «Sul nostro pianeta, c’è materiale organico dappertutto: foglie e terreno delle foreste, rifiuti umani come urina e feci, rifiuti organici prodotti dall’uomo ecc.».

Ioannis Ieropoulos, l’esperto di robotica del laboratorio di ricerca, spiega che Ecobot III «è un robot capace di raccogliere il cibo e l’acqua dall’ambiente. Esegue compiti per cui è progettato e, al termine della giornata, digerisce i propri rifiuti.» Tale processo di digestione del materiale organico, da cui il robot trae l’energia elettrica per auto-alimentarsi, comporta comunque la produzione di scarti, che il robot depone in una “cassetta”.

È facile ipotizzare un futuro non lontanissimo in cui robot come questo penetrino nelle abitazioni, prendendo il posto del cassonetto della spazzatura, permettendo il riciclo di rifiuti organici ed escrementi umani, oltre alla produzione di energia elettrica.

 

Immagine anteprima YouTube
Il video mostra come avviene il processo di trasformazione dei rifiuti
in energia usabile per ricaricare le proprie batteria elettriche di alimentazione.

 

Questo tipo di automi, inoltre, «funzionano finché hanno cibo. Non vi è nulla di meccanico, in loro, che possa non funzionare. In sostanza, possono avere una vita di 20 o anche 30 anni. Finché crescono i microbi, loro continuano a funzionare» aggiunge Greenman.

Tornando all’attuale prototipo, però, c’è da evidenziare che, a parte il restare fermo in attesa che i microbi eseguano il processo digestivo, ricaricando le batterie che gli consentono di operare, EcoBot III non è in grado di fare nulla di più. La riduzione delle dimensioni e un potenziamento delle celle dovrebbe permettere, in futuro, di superare gli attuali limiti.

Ad ogni modo, il lavoro del team di ricerca è riuscito ad entusiasmare la Bill & Melinda Gates Foundation, dalla quale il progetto ha ricevuto finanziamenti con lo scopo di migliorare la tecnologia delle celle a combustibile microbiche e di trasformare l’urina umana in elettricità.

Si tratta infatti di capacità che possono essere molto utili per le missioni spaziali, ad esempio, dove il problema dei rifiuti prodotti dall’uomo è tutt’altro che trascurabile.

 

AMD Ultrathin vs Ultrabook: per Intel, una nuova gatta da pelare

CPU, Ecologia e Risparmio Energetico, Gadget e Hi-Tech, Mobile     Autore: Thomas Zaffino Nessun Commento »

Dal Financial Analyst Day di AMD giungono dati che potrebbero cambiare le prospettive dell’azienda per il 2012. L’azienda di Sunnyvale torna infatti a sfidare la rivale storica Intel sul campo degli Ultrabook, l’invenzione con cui la casa di Santa Clara intende invertire la tendenza delle vendite del settore PC tradizionale, in particolare quello dei notebook, contro l’inarrestabile avanzamento dei tablet.

Imitando Intel, AMD lancia gli Ultrathin, ultraportatili dalle prestazioni paragonabili a quelle degli Ultrabook di Intel ma che dovrebbero avere un costo inferiore nell’ordine del 10-20%. HP, Acer e Asus sarebbero i primi produttori ad essere interessati.

 

AMD presenta gli Ultrathin

AMD presenta gli Ultrathin, ovvero ultraportatili basati sulle nuove
APU Trinity pronti a rivaleggiare con gli Ultrabook di seconda generazione.

 

Dentro gli Ultrathin ci sono le APU Trinity che AMD ha presentato al CES di Las Vegas. La CPU x86 è basata sull’architettura Piledriver che, secondo i dati pubblicati, introduce un miglioramento prestazionale rispetto alle CPU Bulldozer, e che integrano il Turbo Core di terza generazione. La GPU, invece, sarà compatibile con le DirectX 11 e integrerà alcuni miglioramenti rispetto alla precedente versione basato sull’architettura HD 7000.

Durante l’ultima conference call, alcuni dirigenti di Intel erano convinti del fatto che AMD sarebbe stata in grado di offrire un’alternativa a basso costo dei suoi prodotti. Ciò che gli esperti di marketing  della casa di Santa Clara non avevano previsto era che l’azienda di Sunnyvale potesse essere in grado di proporre, almeno così rapidamente, una piattaforma paragonabile al Core di seconda generazione degli Ultrabook, ovvero i processori Ivy Bridge.

 

Ultrathin HP

HP è uno dei produttori interessati alla nuova piattaforma AMD.

 

Intel punta molto sul suo nuovo processore con grafica integrata. La CPU infatti sarà in grado di aumentare le prestazioni computazionali, migliorare sensibilmente quelle grafiche già solo per il supporto 4K che permette la gestione di 4 schermi Full HD, cosa che consentirà di aumentare la risoluzione degli schermi di questi portatili, fino ad ora ferme a 1368×860 pixel. Tutto questo, tenendo conto del consistente risparmio energetico che consentirà una maggiore autonomia.

La risposta AMD sembra però contraddire le previsioni Intel. Entro giugno, e quindi in concomitanza con l’Ivy Bridge di Intel, potrebbero arrivare i primi Ultrathin, dello spessore di 18mm, che offriranno prestazioni e autonomia paragonabili alle soluzioni Ultrabook di Intel basate su Ivy Bridge. Secondo alcune indiscrezioni, la nuova APU dovrebbe offrire prestazioni maggiori del 25% rispetto ai core Llano x86 e del 50% sul fronte grafico.

 

APU Trinity

La nuova APU Trinity di AMD promette maggiori prestazioni computazionali e grafiche,
nonché un notevole incremento nell’autonomia degli Ultrathin.

 

L’autonomia è ipotizzata in di 12 ore, con elaborazione in Idle, e di 3 ore e 20 minuti con il carico grafico del benchmark 3D Mark 06. Trinity integrerà, sempre secondo le indiscrezioni, una versione migliorata dell’Unified Video Decoder (UVD), probabilmente lo stesso Video Codec Engine (VCE) presente sulla HD 7970, tutto questo con lo scopo di migliorare le capacità di gestione dei flussi video, elevandole a livelli paragonabili a quelle del QuickSync di Intel.

Ma la vera gatta da pelare, per Intel, è proprio la componente del prezzo. Già, perché la casa di Santa Clara, nell’elaborare le specifiche degli Ultrabook, ha determinato il criterio del limite molto discusso dei 1000 dollari, cosa che durante il CES ha generato molta confusione. Alcune case, infatti, hanno presentato portatili simili denominando quelli più economici (e con qualche caratteristica in meno) come Ultrabook e lasciando la denominazione classica di notebook per i modelli costosi. È il caso di Samsung, ad esempio, che denominato Ultrabook il Serie 5 mentre non lo ha fatto con il Serie 9.

 

Ultrathin con APU Trinity

La piattaforma Ultrathin di AMD  è in grado di competere con le soluzioni Intel Ultrabook
di seconda generazione, basate sui processori Ivy Bridge.

 

Qualcuno ha criticato la scelta di Intel, che rischia di ingenerare negli utenti la convinzione che Ultrabook sia sinonimo di poca qualità. Il limite dei 1000 dollari aveva ed ha un senso se si pensa di voler controbattere i tablet. Se la lotta si sposta sul fronte degli ultraportatili, Intel diventa doppiamente perdente. Il prezzo dei tablet, infatti, è in continua discesa, con poche eccezioni. Le soluzioni AMD basate su Trinity permetteranno un risparmio di 200 dollari e più, andando a penalizzare proprio la fascia più bassa degli Ultrabook.

Per quanto riguarda gli utenti, le notizie sono buone. La competizione di AMD nel campo degli ultraportatili costringerà Intel a far scendere il prezzo dei suoi prodotti, soprattutto in quelli di fascia bassa. Per AMD, invece, le notizie sono buonissime, soprattutto per quanto riguarda i dati delle previsioni di vendita.

Auto elettriche: grazie ad IBM, presto potremo dire addio ai carburanti

Auto, Ecologia e Risparmio Energetico, Gadget e Hi-Tech     Autore: Thomas Zaffino 26 Commenti »

IBM, lo storico colosso statunitense dell’informatica, sta concentrandosi sulle energie rinnovabili con il Battery 500 Project, iniziato già nel 2009. Con il progressivo aumentare dei derivati del petrolio, la diffusione e l’uso delle auto elettriche diventa sempre più realtà.

Con il suo innovativo progetto, che riguarda lo sviluppo e la successiva produzione di batterie litio-aria, IBM cerca di fornire una valida soluzione al problema della mobilità sostenibile (anche a livello di portafoglio). Le batterie in oggetto permetterebbero infatti di aumentare sensibilmente l’autonomia delle auto elettriche.

 

Benzina: prezzo impazzito!

Con i prezzi dei carburanti completamente impazziti, c’è da augurarsi che le auto elettriche
diventino presto realtà, e non solo per il bene dell’ambiente!

 

L’autonomia è infatti il principale deterrente alla diffusione delle auto elettriche, attualmente capaci di percorrere circa 150 km con una ricarica. Una distanza che può essere considerata utile per gli spostamenti cittadini, ma che è troppo scarsa per ipotizzare altri utilizzi dei mezzi ecologici. Per poter competere con le auto a carburanti, occorrerebbe aumentare le dimensioni delle batterie, rendendole incompatibili con i volumi delle auto utilitarie, senza trascurare il sensibile aumento dei costi.

Il funzionamento delle attuali batterie è basato, come per tutte le pile elettriche, sulla migrazione di ioni di litio all’interno di un processo di ossidoriduzione, ovvero una reazione chimica nella quale si genera una corrente di elettroni.

 

Immagine anteprima YouTube

 

Il progetto elaborato da IBM prevede l’introduzione di aria nel processo di scarica della batteria. Quando questa è usata (auto in moto),  l’ossigeno presente reagisce con gli ioni di litio per formare perossido di litio (una molecola in cui due atomi di ossigeno sono legati tra loro e ciascuno con un atomo di litio). Durante il processo di ricarica, invece, l’ossigeno viene restituito all’atmosfera, mentre il litio rientra nel comparto (anodo) da cui provenivano i suoi ioni.

La formazione del perossido di litio garantisce alla batteria una maggiore autonomia. Gli ioni di litio sono infatti trattenuti per un tempo maggiore, rallentando il processo di scarica durante l’uso dell’auto. Ciò permette un immagazzinamento di corrente elettrica ed un conseguente accumulo di energia fino a 1000 volte superiore a quella delle attuali batterie, riuscendo così a garantire un’autonomia di oltre 800 km, in linea con le auto a carburante.

 

IBM Battery 500 Project

Lo schema del meccanismo di funzionamento della soluzione presentata da IBM,
che introduce aria nel processo di scarica della batteria.

 

La cattiva notizia, però, è che tutto questo non sarà disponibile, a livello di mercato, prima del 2020. La tecnologia, infatti, denota un’instabilità chimica del perossido di litio, tendente ad autodistruggersi, data la debolezza del legame tra i due atomi di ossigeno. Sembra però che un prototipo potrebbe essere pronto entro il 2013.

Apple MacBook: il futuro delle batterie è nell’idrogeno

Ecologia e Risparmio Energetico, Gadget e Hi-Tech, Mobile     Autore: Thomas Zaffino 2 Commenti »

Apple sta sviluppando un progetto per alimentare i MacBook con celle a combustibile, con l’intento di aumentarne l’autonomia e diminuirne ulteriormente le dimensioni, rendendoli sottilissimi. L’azienda di Cupertino ha infatti depositato due brevetti, uno dal titolo «Batterie fuel-cell per alimentare dispositivi portatili» e l’altro dal titolo «Soluzione fuel-cell abbinata ad un dispositivo portatile», così come rivelato per primo da AppleInsider.

L’interesse di Apple per la tecnologia delle celle a combustibile non è nuova, come aveva già rivelato AppleInsider, nel mese di ottobre, evidenziando un altro paio di richieste di brevetto che riguardavano celle a combustibile a idrogeno più leggere ed efficienti. La società ha proposto uno sviluppo di questa descrizione con la costruzione di più celle a combustibile, collegate in una configurazione in parallelo, da un bus, ricorrendo anche ad un moltiplicatore di tensione per aumentare la tensione della pila.

 

Apple MacBook

Il MacBook di Apple è il primo potenziale destinatario della nuova tecnologia di alimentazione
realizzata con batterie a celle a combustibile alimentate dall’idrogeno.

 

Entrambi i casi prevedono la possibilità di impiegare una soluzione di celle a combustibile capaci di fornire energia ad un MacBook e di esserne ricaricate. Il combustibile dovrebbe essere l’idrogeno che, secondo Apple, consente la realizzazione di batterie adatte ai formati richiesti per i portatili, garantendo inoltre l’accessibilità dei prezzi. Dal punto di vista dell’autonomia, la casa di Cupertino pensa che le soluzioni a celle a combustibile consentiranno ai portatili di lavorare «per giorni o anche settimane senza bisogno di essere ricaricati».

Nel testo depositato si può leggere: «La continua dipendenza del nostro Paese dai combustibili fossili ha costretto il governo ad intrattenere complicate relazioni politiche e militari con i governi instabili del Medio Oriente, esponendo inoltre le nostre coste e i nostri cittadini ai rischi associati alle perforazione offshore». Proseguendo, si legge: «Questi problemi hanno portato ad una crescente consapevolezza e desiderio da parte dei consumatori di promuovere e utilizzare fonti di energia rinnovabili».

 

Brevetto Apple

Lo schema elettrico “a blocchi” del sistema di alimentazione a celle di combustibile depositato
da Apple, che permetterà maggiore autonomia e minori dimensioni e peso dei portatili.

 

Nei documenti presentati, Apple fa riferimento ad una soluzione costruita con uno stack di celle a combustibile, capaci di convertire l’idrogeno in elettricità. Oltre al combustibile, server un controller che funge da supervisore del sistema. Prevista inoltre un’interfaccia di connessione al portatile, con un circuito di alimentazione per il dispositivo ed uno per la comunicazione bidirezionale, che permette alla batteria di scambiare informazioni con il controller.

Apple non è il solo produttore ad avere tentato la strada delle batterie a celle di combustibile, da molti ritenute come la vera soluzione ai problemi di alimentazione dei dispositivi portatili. Panasonic e Toshiba hanno infatti stanziato molti fondi nella ricerca, annunciando che nel 2012 dovrebbero essere disponibili le prime batterie a celle di combustibile alimentate col metanolo.

 

Brevetto Apple

Un particolare della soluzione in cui si può distinguere lo stack di batterie, il controller
e l’interfaccia della soluzione, connessa a quello che possiamo considerare un portatile.

 

Quella intrapresa da Apple, ma anche da altri produttori, sembra quindi la strada che segnerà le soluzioni di alimentazione per i dispositivi portatili dei prossimi anni, che richiedono di essere sempre più piccoli e leggeri e, paradossalmente, di poter disporre di maggiore autonomia.

Smartphone e batterie anemiche: problemi non solo per i possessori di iPhone!

Ecologia e Risparmio Energetico, Gadget e Hi-Tech, Mobile     Autore: Thomas Zaffino 1 Commento »

Quando Apple ha presentato l’iPhone 4S, nuovo terminale che prometteva mirabilie agli utenti , nessuno avrebbe mai pensato che, acquistandone uno, avrebbe dovuto fare i conti con un’autonomia decisamente scarsa della batteria.

Questo vale ancora di più per i possessori di dispositivi precedenti, aggiornati alla nuova versione di iOS 5. La casa di Cupertino rilasciò un aggiornamento per risolvere un bug incolpato di essere la causa della scarsa durata della batteria. Questo, non solo non risolse il problema ma aggiunse addirittura altri bug.

Ma l’inconveniente non è solo dell’iPhone. Molti utenti, infatti, lamentano lo stesso tipo di problemi con il Samsung Galaxy Nexus, ovvero il più recente Googlefonino. Si tratta certamente di dispositivi di primordine, con cui si possono fare cose strepitose se solo paragonate a ciò che si poteva fare con un cellulare pochi anni fa, a parte scattare qualche foto…

Nel caso del Galaxy Nexus, il dispositivo è provvisto di fabbrica di una batteria da 1850 mAh. Il problema è che una tale batteria non è sufficiente per soddisfare la fame di energia richiesta da un telefono 4G dotato di un superluminoso schermo AMOLED HD, quanto meno per poter permettergli di durare un’intera giornata.

 

Samsung Galaxy Nexus

Il Samsung Galaxy Nexus ha una batteria con cui è difficile pensare di affrontare
un’intera giornata lavorativa, anche prendendo tutti i dovuti accorgimenti.

 

Le batteria in dotazione agli smartphone sono tutte un po’ scarse. Anche Apple fornisce gli iPhone di batteria da 1400 mAh, costretta a risiedere in uno spazio risicato e nemmeno sostituibile dall’utente. Possiamo seriamente credere che una tale batteria sia sufficiente ad alimentare un iPhone 4S per una giornata  intera?

Motorola, poi, a cosa pensava quando ha progettato il suo ultra-sottile Droid Razr 4G Android, con un vano a tenuta stagna? È come costruire una Ferrari con un serbatoio da 40 litri. Non si può seriamente pensare di andarci molto lontano…

Chi necessita di usare il proprio smartphone per un’intera giornata, magari perché fuori per lavoro, non può certo contare sulla sola autonomia della batteria che accompagna il proprio telefonino. In questi casi sarà necessario fornirsi di un’altra batteria, con il classico problema della doppia ricarica e dello scambio, oppure dovrà dotarsi di una batterie estesa.

La lacuna creata dai produttori di smartphone ha finito per alimentare un settore molto attivo di accessori, con produttori di terze parti che realizzano batterie in grado di risolvere questo problema. Seidio Innocell, ad esempio, è una delle aziende più note che producono batterie a ioni di litio per la maggior parte delle grandi marche.

 

Motorola Droid Razr
Chissà a cosa pensasse Motorola quando ha progettato il suo Droid Razr.
E’ come se la Ferrari progettasse un modello con serbatoio da 40 litri…

 

Ad esempio, per i telefoni 4G più recenti, realizza batterie con capacità dell’ordine dei 2800-3500 mAh, capaci di assicurare l’alimentazione ad un telefono 4G almeno per un’intera giornata lavorativa di 8 ore, facendo un uso moderato dell’apparecchio.

Adottando vari trucchi per aumentare l’autonomia, ad esempio passando in modalità 3G, da noi operazione obbligatoria, dato che le reti 4G sono ancora un sogno, disabilitando le funzioni GPS, la sincronizzazione della posta elettronica, insomma prendendo vari accorgimenti, si può arrivare anche ad aumentare l’autonomia a 16/20 ore.

Non si capisce, a parte il desiderio di realizzare eleganti modelli sottili, perché dispositivi che costano centinaia di euro debbano essere dotati di batterie anemiche, una scelta che sta rasentando il ridicolo.

Considerando il mondo delle auto, ad esempio, non tutti i produttori cercano di trasformare le proprie auto in Ferrari. Perché allora per gli smartphone deve esserci l’inseguimento di un mito che porta inesorabilmente a scontentare i propri utenti, costretti a ricaricare il proprio smartphone più volte in un giorno? Non sarebbe il caso di fornire tali dispositivi direttamente con batteria di maggiore capienza?

Quando Apple ha presentato l’iPhone 4S (www.pctuner.net/news/16264/La-Keynote-di-Apple-delude-le-attese-invece-dell%E2%80%99iPhone-5-arriva-il-4S-/), nuovo terminale che prometteva di “mirabiliare” gli utenti, nessuno avrebbe mai pensato che, acquistandone uno, avrebbe dovuto fare i conti con un’autonomia decisamente scarsa (http://www.pctuner.net/news/16353/La-batteria-dell%E2%80%99iPhone-4S-dura-poco-secondo-Apple-il-problema-e-un-bug-di-iOS-5-/) della batteria.
Questo vale ancora di più per i possessori di dispositivi precedenti, aggiornati alla nuova versione di iOS 5. La casa di Cupertino rilascio un aggiornamento per risolvere un bug (http://www.pctuner.net/news/16382/Apple-rilascia-iOS-5.0.1-per-risolvere-i-bug-su-iPhone/) incolpato di essere la causa della scarsa durata della batteria. Questo, non solo non risolse il problema (http://www.pctuner.net/news/16387/Batterygate-iOS-5.0.1-non-migliora-l%E2%80%99autonomia-dell%E2%80%99iPhone-4S-e-aggiunge-un-bug/) ma aggiunse addirittura altri bug. 

Ma il problema non è solo dell’iPhone. Molti utenti, infatti, lamentano lo stesso tipo di problemi con il Samsung Galaxy Nexus, ovvero il Googlefonino. Si tratta certamente di dispositivi di primordine, con cui si possono fare cose strepitose se solo paragonate a ciò che si poteva fare con un telefonino pochi anni fa, a parte scattare qualche foto…
Nel caso del Galaxy Nexus, il dispositivo è provvisto di fabbrica di una batteria di 1850 mAh. Il problema è una tale batteria non è sufficiente per mantenere soddisfare la fame di energia richiesta da un telefono 4G dotato di schermo un superluminoso AMOLED HD, quanto meno per poter durare un’intera giornata.

[img]http://www.pctunerup.com/up/results/_201112/20111220121232_440x330-samsung-galaxy-nexus-battery-cover2.jpg[/img]

Le batteria in dotazione agli smartphone sono tutte un po’ scarse. Anche Apple, con i vani di dimensioni ridicole, fornisce gli iPhone di batteria sigillata da 1400 mAh. Possiamo seriamente credere che una tale batteria sia sufficiente ad alimentare un iPhone 4S per una giornata  intera?
Motorola, poi, a cosa pensava quando ha progettato il suo ultra-sottile Razr Droid 4G Android, con un vano a tenuta stagna? È come costruire una Ferrari con un serbatoio da 40 litri. Non si può seriamente pensare di andarci molto lontano…

Chi necessita di usare il proprio smartphone per un’intera giornata, magari perché fuori per lavoro, non può certo contare sulla sola autonomia della batteria che accompagna il proprio telefonino. In questi casi sarà necessario fornirsi di un’altra batteria, con il classico problema della doppia ricarica e del scambio, oppure dovrà dotarsi di una batterie estesa.

La lacuna creata dai produttori di smartphone ha finito per alimentare un settore molto attivo di accessori, con produttori di terze parti che realizzano batterie in grado di risolvere questo problema. Seidio Innocell (http://www.seidio.com/), ad esempio, è una delle aziende più note che producono batterie a ioni di litio per la maggior parte delle grandi marche.

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Ad esempio, per i telefoni 4G più recenti, realizza batterie con capacità dell’ordine dei 2800-3500 mAh, capaci di assicurare l’alimentazione ad un telefono 4G almeno per un’intera giornata lavorativa di 8 ore, facendo un uso moderato dell’apparecchio.
Adottando vari trucchi per aumentare l’autonomia, ad esempio passando in modalità 3G, da noi dato obbligatorio, dato che le reti 4G sono ancora un sogno, disabilitando le funzioni GPS, la sincronizzazione della posta elettronica, insomma prendendo vari accorgimenti, si può arrivare anche aumentare l’autonomia a16 -:- 20 ore.

Non si capisce, a parte il desiderio di realizzare eleganti modelli sottili (http://www.pctuner.net/news/16444/Samsung-si-chiama-%E2%80%99Sleek%E2%80%99-il-nuovo-smartphone-top-di-gamma/), perché dispositivi che costano centinaia di euro debbano essere dotati di batterie anemiche, una scelta che sta rasentando il ridicolo.

Considerando il mondo delle auto, ad esempio, non tutti i produttori cercano di trasformare le proprie auto in Ferrari. Perché allora per gli smartphone deve esserci l’inseguimento di un mito che porta inesorabilmente a scontentare i propri utenti, costretti a ricaricare il proprio smartphone più volte in un giorno? Non sarebbe il caso di fornire tali dispositivi direttamente con batteria di maggiore capienza?

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