iPad Mini, ovvero come Apple sia nuovamente riuscita a tradire i propri utenti
Auto, Gadget e Hi-Tech, Mobile Autore: Thomas Zaffino 9 Commenti »
In questo momento, la politica dell’azienda di Cupertino sembra essere paragonabile a quella di Sergio Marchionne. L’obiettivo è prendere tempo, aspettare che la tempesta si quieti. Se poi dovesse lasciare più o meno danni, sia il CEO di Apple, Tim Took, sia l’AD di FIAT potranno insieme recitare il famoso ritornello che ha reso celebre in tutto il mondo José Mourinho, l’allenatore nel pallone: «Non è problema mio!».
L’importante è mirare alla salvaguardia del valore del titolo, ossia la solita lagna degli interessi degli azionisti. Allora meglio non muoversi troppo, andare sul sicuro, non disturbare troppo e fare il catenaccio per evitare brutte sorprese in caso di tentativi di contropiedi da parte degli avversari.
Peccato però, come sappiamo bene noi italiani, questa politica non paghi sul lungo termine. Prima o poi arriva un allenatore, o una squadra, che cambia le regole del gioco, rendendo perfettamente inefficaci gli inutili tatticismi messi in atto per salvare il salvabile. Il risultato è una sonora sconfitta.

Per Sergio Marchionne, l’innovazione consiste nel non sviluppare nuovi modelli,
contenere la produzione, chiedere all’UE di mettere una limitazione sul numero
di auto prodotte, una specie di «quote latte» in modo da non disturbare troppo
chi non ha voglia di rischiare e che sa solo mettere in atto il solito «catenaccio».
Aggiungiamo noi: «Questa è l’Italia che non ci piace».
Eppure gli illustri economisti di questo pianeta, quelli che hanno sempre le ricette giuste per tutte le stagioni, nell’ultimo ventennio ci hanno martellato il cervello facendovici depositare il concetto che «In tempi di crisi, occorre innovare». In tempi di crisi, occorre innovare… Ripetete con me: «In tempi di crisi, occorre innovare».
Bene, andiamo nel dettaglio allora. Riguardo al nostro manager dal pullover sgualcito, che doveva essere molto di moda quando il giovane Marchionne indossava i panni dell’operaio in Canada, cosa che deve evidentemente avere rimosso dalla propria memoria, analizziamo le sue ultime uscite.
Il numero uno della Fiat ha dichiarato più volte che l’azienda torinese sarebbe certamente fallita se avesse lanciato quattro nuovi modelli in questo periodo e che la sola nuova Panda porta già perdite compensate solo dal boom di vendite negli USA e America della Chrysler.
A chi si riferisce l’AD della FIAT quando parla di «quattro nuovi modelli»? Semplice, alla Renault che, nel medesimo intervallo di tempo preso in considerazione da super Sergio, ha lanciato ben quattro nuovi modelli, di cui due con motori elettrici e la Clio IV. L’azienda automobilistica francese è quella che più delle altre sta pagando il prezzo della crisi del settore auto, ma seguendo il concetto che abbiamo prima esposto, in tempo di crisi, si è rimboccata le mani per creare appunto innovazione.

La Renault è probabilmente la casa automobilistica europea che sta attraversando
i problemi economici maggiori. Per far fronte alla crisi, però, l’azienda francese
ha investito in innovazione, proponendo ben quattro nuovi modelli, dei quali
due con motorizzazione elettrica. Ci auguriamo che la casa francese venga presto
ripagata dei propri sforzi, soprattutto per il bene dei suoi lavoratori.
Ce la farà Renault a superare le sue difficoltà? Non sono certo io ha poterlo stabilire. Ciò che posso dire senza ombra di dubbi è che se dovessi scegliere tra Panda, Punto e nuova Clio, non esiterei a scegliere l’auto francese, in maniera aprioristica. Sì, perché sono sicuro di trovarvi una maggiore proposta tecnologica, partendo dai nuovi motori, un design rinnovato e adeguato al proprio tempo. Perché si tratta di un’auto che risponde, nel miglior modo possibile, alle esigenze di questo momento e non a quelle di tre anni fa o peggio ancora di cinque.
Tornando invece alla mitica Mela, recentemente definita dagli antropologi come una religione, abbiamo abbondantemente criticato l’iPhone 5 al momento del suo lancio, nonostante le decine di repliche piovute dagli utenti Mac. Hanno un serio problema, non lo diciamo noi, lo dicono gli antropologi.
I motivi delle critiche risiedevano nel fatto che il nuovo smartphone di Apple non arrecava nessuna particolare innovazione rispetto a terminali che erano stati introdotti qualche tempo prima, si nell’universo Android sia in quello Windows Phone.

L’iPhone 5 è l’esempio tipico di come si possa tradire la propria utenza. Nonostante
le vendite stiano procedendo secondo le attese, gli analisti non sono contenti
dei profitti e il titolo stenta a decollare, mantenendosi basso.
Ci era parso invece che Apple avesse strizzato l’occhio alla concorrenza, cercando di adeguare il proprio dispositivo alle mode introdotte dai competitor e che l’azienda non poteva più negare ai propri utenti. Alcune limitazioni, come lo schermo piccolo, la mancanza di supporto alla tecnologia NFC o alla ricarica wireless, ci erano sembrate assurde, altro che «buon senso». E non bastano certamente un paio di auricolari adatti ai padiglioni di mister Spock per invertire il trend.
La cosa è tanto vera che, a poca distanza da quell’evento, Apple non riesce più a stupire gli investitori che, di per sé, è una notizia che ha dello stupefacente. Ebbene sì, questa volta il catenaccio comincia a cedere, non riesce più a contenere gli attacchi portati dagli avversari. Le vendite sono ancora buone, ma i profitti sono calati.
C’è poi tutta quella serie di dispositivi che in un solo colpo hanno allargato il catalogo dell’offerta, generando molta confusione tra gli utenti, che non riescono più a districarsi tra il mare di configurazione e prezzi. Poverini, gli utenti Apple erano abituati a scegliere al massimo tra tre cose, quando ciò era possibile. Ma adesso, il ventaglio si è allargato troppo!

Il nuovo iPad, che presenta sostanzialmente un aggiornamento a livello di processore,
ha mandato in bestia gli utenti che hanno recentemente comprato un tablet Apple
e che si sono inevitabilmente sentiti traditi dalla casa di Cupertino.
Poco importa se Steve Jobs non sarebbe stato d’accordo. L’importante è accontentare gli investitori, altrimenti il titolo scende. Niente innovazione, quindi, ma semplici rimescolamenti delle carte. Per cui si prende l’attuale iPad e, seguendo la regola del momento, si cerca di renderlo «più piccolo, ma più grande».
Questa volta il catenaccio si concretizza soprattutto nel cambio di processore, per adeguarlo ai tanti dispositivi che stanno per invadere il mercato dei tablet, come i nuovi Kindle HD di Amazon, o i Nook HD+ di Barnes&Noble, o il nuovo Nexus 10 di Google, che promettono tutti di dare battaglia al dispositivo più popolare di Apple, soprattutto grazie ad una politica dei prezzi più aggressiva.
Ma il catenaccio, questa volta, ha fatto arrabbiare numerosi utenti che hanno acquistato un «iPad 3» negli ultimi mesi, che si sono sentiti traditi. Se avessero aspettato un po’ di più, avrebbero avuto l’aggiornamento allo stesso prezzo. Questi utenti possono stare però tranquilli, a parte il processore rinnovato, così come è successo con l’iPhone 5, non c’è nessuna vera novità. Potranno cambiare il proprio dispositivo tra un paio di anni, aspettando che esca la versione 5.
Il Prodet PC1 di Olivetti è il classico esempio di come il marketing
possa facilmente far passare per «innovativo» un prodotto che,
in realtà, era obsoleto di almeno un paio di generazioni.
Ma il vero scandalo è rappresentato da quella cosa ridicola chiamata «iPad Mini», che ricorda quelle operazioni che fece l’Olivetti con il Prodest PC1. L’azienda doveva smaltire i numerosi componenti obsoleti che erano rimasti dagli M24 ed M20 invenduti quando, improvvisamente, si affacciarono i primi Personal PC assemblati, che riscossero molto successo sempre grazie al contenimento dei prezzi.
La sezione marketing di Olivetti si inventò quindi questo assemblato destinato agli utenti home. L’involucro sembrava nascondere un Pc veramente innovativo (lo schermo un po’ meno). Si trattava però di una realtà di plastica che nascondeva un M20 che, rispetto alla concorrenza era obsoleto di almeno un paio di generazioni. Le persone che non amavano rischiare e che, pertanto, si fidavano di Olivetti e della sua rete di rivenditori e di assistenza, corsero a comprare questi «campioni d’innovazione» per la gioia delle casse dell’azienda italiana.
L’iPad Mini è quello che si può definire un piccolo scandalo. Monta uno schermo normale con risoluzione 1024x768px superata ormai anche dal Kindle di Amazon, tanto che il paragone con il Kindle HD o il Nexus 7 o il Nook HD diventa improponibile. «Che importa?», diranno i credenti di Apple, tanto «non serve avere maggiore risoluzione». Il processore è il buon vecchio A5X, che continua a far bene il suo lavoro… perché cambiarlo. Non si ha accesso alle applicazioni sviluppate per i Display Retina, ma che importa, ce ne sono oltre 400 mila sull’App Store… Contenti voi!

L’operazione iPad Mini è a dir poco sconcertante. Si vede cha Apple è troppo sicura
dei propri mezzi. Nessun altri potrebbe permettersi di introdurre sul mercato un prodotto
del genere senza il rischio di essere puniti dagli utenti.
Prima o poi viene il momento in cui si viene ripagati per le proprie scelte, in maniera positiva o negativa. Personalmente, ritengo che all’interno di Apple qualcosa si sia inceppato in maniera irrimediabile e che il futuro di questa azienda, privata del suo guru e mentore, non sia tanto roseo come qualcuno vorrebbe farci credere. Chi vivrà vedrà.
















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