Secondo la FIMI, la pirateria ucciderà la musica, ma possiamo fidarci?

Mobile, Tecnologie Web, Web e Business     Autore: Thomas Zaffino Aggiungi un commento

Ad intervalli regolari, veniamo tempestati di notizie sul calo del mercato discografico e su come la pirateria digitale starebbe “uccidendo” la musica. Lo stornello, al solito, vuole che a pagare siano sempre i giovani artisti, quelli più colpiti dal fenomeno delle copie illegali.
Un’analisi acritica della situazione non può però prescindere dalla consapevolezza sulle ingenti somme a disposizione dei discografici per mettere pressione sull’opione pubblica.

Secondo i dati resi pubblici da FIMI, in 10 anni il fatturato è sceso del 73%, aprendo una voragine nei conti delle case discografiche, tanto che ormai l’intero mercato musicale sarebbe prossimo al collasso. Tra il 1999 e il 2009, infatti, l’industria della musica avrebbe registrato perdite per 262 milioni di euro, causate dalla pirateria, almeno secondo quanto sostiene la federazione.

Se il fatturato è sceso del 73%, a rimetterci è stato lo Stato, che ha accusato un mancato incasso dell’IVA intorno ai 200 milioni di euro. Entro il 2015, secondo le previsioni della FIMI, potrebbero essere persi 1,2 milioni di posti di lavoro nell’intero settore.

Mentre FIMI esterna le sue considerazioni, non possiamo non tenere conto del rapporto, elaborato dal Governo statunitense nel 2010, secondo il quale sarebbe impossibile stabilire il danno economico generato dalla pirateria online. Lo studio sbugiarda anni di statistiche e di dichiarazioni, basate tutte sul concetto: «una canzone scaricata = una vendita in meno».

 

Enzo Mazza

Enzo Mazza, presidente della FIMI, preoccupatissimo per i posti di lavoro del settore,
ma soprattutto per i mancati introiti delle case discografiche…

 

Lo studio, realizzato dal GAO (Government Accountability Office), l’equivalente USA della nostrana Corte dei Conti, mette in dubbio le affermazioni dei produttori sugli effetti della pirateria, sostenendo che se il danno esiste, è comunque difficile, se non impossibile, da stimare. Il GAO ritiene inoltre discutibile la metodologia di ricerca adottata dalle major discografiche, sostenendo che è impossibile stabilire con certezza quanto costa o quanti posti di lavoro mette a rischio la pirateria digitale.

Gli esperti consultati dal GAO, infatti, ritengono che le stime delle Major abbiamo trascurato elementi importanti. Ad esempio,  gli utenti che scaricano hanno più disponibilità economica, cosa che farà sì che spendano i propri soldi in altri settori. L’impatto sull’economia generale, pertanto, consiste più che altro in una ridistribuzione.

Difficile dire chi abbia ragione. Di sicuro, la verità sta in mezzo. Intanto, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), ovvero il trattato internazionale sulla contraffazione e tutela della proprietà intellettuale, è stato pubblicato online, provando a sciogliere diversi nodi.

In primis, gli Internet Provider vengono sgravati delle responsabilità relative al traffico illegale generato dai propri utenti. Sarà però richiesta la collaborazione, con i detentori dei diritti, per fornire i dati identificativi in presenza di flagranza di reato, tuttavia solo a conseguenza di un’ordinanza emessa da giudice. Successivamente, potranno essere adottate più strategie, quindi non solo più di carattere giuridico, per bloccare strumenti e tecnologie anti-DRM.

 

Corrado Calabrò

Il Presidente Corrado Calabrò si butta nella mischia per dare una mano
all’amico Enzo Mazza, e con lui a tutti i discografici.

 

Ad intervenire nella diatriba ci ha pensato anche AGCOM, attraverso il Garante Corrado Calabrò, secondo il quale «Si continua a ripetere che la via giusta non è quella che abbiamo seguito. La via giusta sarebbe la riforma del diritto d’autore per adeguarlo all’evoluzione tecnologica in atto. Sono 70 anni che si parla di questa riforma, quanto tempo ancora dobbiamo aspettare?». Il Presidente dell’Autorità ha colto l’occasione di un convegno per tornare sul delicato ruolo di AGCON nella tutela del copyright sulle nuove reti di comunicazione.

Il vero problema per le major discografiche, infatti, non viene tanto dai problemi del peer-to-peer, fenomeno destinato presto a concludersi, vuoi per gli interventi legali, che hanno già provocato la chiusura di numerose piattaforme, vuoi per il diffondersi delle nuove tecnologie di condivisione, i cosiddetti “lucchetti” o “armadietti” digitali, grazie ai quali gli utenti possono ora condividere in maniera lecita contenuti protetti da diritto d’autore.

Sono proprio questi servizi a far tremare i discografici. Da qui l’incessante scalpitare per cambiare la normativa sul copyright…

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