Per Intel, non è Apple ma ARM il nemico da combattere!

CPU, Gadget e Hi-Tech, Mobile     Autore: Thomas Zaffino 1 Commento »

Al Computex di Taipei, Intel ha presentato un nuovo concetto di computer portatile con all’interno, almeno secondo l’azienda, il meglio di un notebook e di un tablet. Si tratta di un nuovo approccio al mercato mobile, in grado di meglio contrastare la minaccia, sempre più concreta, dei tablet, la maggior parte dei quali è basata su CPU con architettura ARM.

Il nuovo design di riferimento, creato da Intel e denominato Ultrabook è già stato concretizzato da Asus con il modello UX21, la cui commercializzazione è prevista per il periodo natalizio. Si tratta di un notebook sottilissimo e più leggero di quelli attualmente in commercio, ma con all’interno un processore dalle prestazioni elevate (almeno in futuro, secondo quanto promesso da Intel). Non ci sarà più bisogno, pertanto, di scegliere tra prestazioni e mobilità.

 

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Il modello Asus, che implementa la filosofia Ultrabook, avrà uno spessore di soli  17mm, con un peso minore di 1 kg. Il prezzo di riferimento sarà di poco inferiore ai 1.000 dollari. Secondo Intel, il prezzo dovrebbe scendere sotto i 600 dollari entro poco più di 1 anno. Le previsioni stimano il raggiungimento di una quota del 40% del mercato entro la fine del 2012, almeno secondo quanto detto da Tom Kilroy, vicepresidente senior di Intel, il quale ha dichiarato: «Puntiamo alla reattività, a dispositivi sempre disponibili, sempre connessi e più reattivi, simili a quanto si vede con tablet come l’iPad»

La mossa di Intel è però la conferma che i tablet siano ormai una concreta minaccia per il mercato dei PC nonché al predominio di Intel come produttore di CPU. Nel settore mobile, infatti, c’è un solo soggetto dominante: ARM. Ad accentuare il problema ci ha pensato Microsoft, con la decisione di rendere Windows 8 compatibile con la piattaforma della casa inglese. Ormai tutti si aspettano una mossa equivalente da parte di Apple, visto anche il recente prototipo che gli ingegneri di Cupertino stanno testando.

Nel corso dell’Intel Investor Meeting, tra l’altro, un membro dell’esecutivo Intel ha affermato che Windows 8, in versione ARM, non potrà eseguire applicazioni sviluppate per la piattaforma x86 e che tale compatibilità non sarà mai completa. È stato affermato inoltre che ci saranno 4 versioni di Windows 8 per le varie architetture ARM. Non sono tardate le smentite da parte di Microsoft, anche se parziali, che ha ribadito l’interoperabilità di Windows 8, che funzionerà su ogni tipo di dispositivo, dai tablet agli smartphone, ai PC e notebook che abbiano una CPU ARM o x86, questo sin dai primi test dimostrativi.

Le recenti mosse e dichiarazioni scomposte di Intel delineano un certo nervosismo da parte dell’azienda di Santa Monica, almeno sotto il profilo psicologico, ormai costretta ad usare qualsiasi arma per contrastare un’avanzata, quella dei dispositivi mobile basati su architettura ARM, che nessuno riesce a contrastare.

Il primo operatore a fare le spese del declino delle vendite dei Pc, infatti,  sarà proprio Intel, da sempre leader incontrastata in questo settore. La casa di Santa Monica deve ora rimettersi in gioco in un mercato, quello mobile, dove a dettare legge è sicuramente ARM, grazie soprattutto alle capacità di maggiore autonomia dei processori e alle migliori integrazioni dei propri Soc (System on a chip) con le funzionalità tipiche dei dispositivi mobile (modem, wifi, telefono).

Intel entra in un mercato, quello mobile, dovendosi confrontare sia ARM sia con altri competitor di tutto rispetto, quali NVIDIA, e con alcuni che sono alle già alle porte, come nel caso di AMD con il suo progetto di APU Desna.

Arriva il touchscreen che fa “sentire” i tasti

Gadget e Hi-Tech     Autore: Thomas Zaffino Nessun Commento »

In un recente post avevo commentato la recente notizia dello sviluppo, da parte di alcuni ricercatori dei Kajimoto Labs dell’University of Electro-Communications di Tokyo,  di un prototipo di touchscreen capace di trasferire informazioni “tattili”, attraverso il dispositivo, al palmo della mano che lo regge.

L’operatore di telecomunicazioni nipponico KDDI ha realizzato, invece, un prototipo di smartphone capace di restituire accuratamente la sensazione di pressione di un tasto, grazie a un sensore di pressione in un pannello touch con feedback aptico, che riproduce la stessa sensazione che si ha quando le nostre dita scorrono sui pulsanti di una tastiera.

«Con gli smartphone attuali, quando si tocca lo schermo touch si ha la sensazione di toccare un vetro, senza capire se si sta premendo un pulsante. La nuova funzione, quando si preme un tasto sul pannello touch, ricrea la sensazione di un clic di una vera tastiera», ha dichiarato Fuukata Mikio di KDDI.

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«Mentre si scorre fra le applicazioni o fra i pulsanti della tastiera - dice sempre Fuukata Mikio – si sente una leggera vibrazione. Quando si sceglie di aprire un’applicazione o di scrivere, invece, viene trasmessa una sensazione più intensa». Il prototipo sviluppato non supporta le funzioni multitouch, caratteristica che sarà inclusa nel dispositivo che verrà immesso in commercio.

Aspettiamo dunque di poter sperimentare presto questa tecnologia anche in Italia. Se dovesse funzionare, potrebbe mettere fine alla realizzazione di smartphone con tastiere.

Android e iOs al ballottaggio, con l’incognita iPhone 5

Gadget e Hi-Tech     Autore: Rocco Sicoli Nessun Commento »

Meglio PC o Mac? Meglio Canon o Nikon? Meglio NVIDIA o AMD? Nel settore IT certo non mancano le sfide avvincenti e ormai storiche, in grado di dividere e far discutere la comunità di appassionati ed utilizzatori di tecnologia. Ed ormai da un annetto buono ai tanti dilemmi filosofici se ne è aggiunto un altro: meglio Android o iOs per i dispositivi mobile?

Android Vs. IOS

Alla storia delle guerre tecnologiche si è aggiunto il capitolo Android Vs. iOS


Guardando ai dati Gartner relativi ai sistemi operativi mobile, salta subito all’occhio la crescita di Android ormai vicino a quota 40% del mercato (stimolata soprattutto dal numero di dispositivi sviluppato da Samsung e HTC), grazie soprattutto ad una politica di prezzo molto flessibile per i telefonini che supportano questa piattaforma, ma anche alla buona usabilità di questo sistema operativo ricco di applicazioni gratuite di ogni genere.

L’esplosione di Android corrisponde al lento ed inarrestabile declino di Symbian (discesa accelerata dall’annuncio di Nokia del passaggio a Windows Mobile). Tiene invece iOs, soprattutto grazie al connubio su cui ormai Apple fonda il suo business: ottimo sistema operativo, chiuso come un riccio, abbinato ad un hardware stiloso ed indiscutibilmente di grande qualità ed ottima fattura.

Ma quanto reggerà il quasi 17% del sistema operativo dell’iPhone? Tutto dipende dall’ormai sempre più necessario e dunque imminente iPhone 5. Quali reali novità porterà nel mondo mobile di fascia alta? E per mantenere la sua quota di mercato Apple dovrà cedere e sviluppare quel tanto “agognato” (dalla comunità degli utenti medi) mini-iPhone?

Basterà ad Apple aver investito, ascoltando le voci di corridoio che arrivano da Taiwan, su macchine per il taglio di vetro, per realizzare un iPhone di nuova generazione con un vetro curvo, che magari riesca ad avere zone a diversa sensibilità e consentire gestures in grado di rendere l’utilizzo di iOs ancora più comodo e intuitivo.E nella sfida dei sistemi mobile che ruolo avranno Microsoft e le piattaforme tablet?Di sicuro, nelle prossime settimane o al massimo nei prossimi mesi, Ballmer potrà raccogliere il suo “Mango” che aggiornerà Mobile 7 apportando, a quanto lasciato trapelare, novità chiave per il successo di questa piattaforma che sarà finalmente più “smart” ed intuitiva.

Il discorso Tablet, invece a mio avviso nei prossimi mesi potrà portare alla ribalta il frutto della collaborazione tra HP, Intel e altri giganti IT: WebOs. Ancora sconosciuto ai più sarà, secondo i piani alti di HP, la rivelazione del mercato dei tablet. Infatti, a quanto pare il colosso del mondo dei PC ha deciso di premere sull’acceleratore “invitando”, con laute ricompense, gli sviluppatori a creare tante nuove app per il proprio sistema. Mentre HP si impegnerà a creare l’hardware che faccia la differenza e dia filo da torcere ad Android e all’iPad 2, che dai primi dati sembra non aver impresso alle vendite quell’esplosione che forse in Apple si attendevano avendo introdotto nuove funzioni votate al consumer, come la fotocamera da 5Mp e le videochiamate. Staremo a vedere se HP riuscirà a mettere in crisi la tavoletta di Steve Jobs. Oppure se ancora una volta il genio della lampada di Cupertino ne inventerà una delle sue.

E mentre tutto questo accade, voi che smartphone o tablet utilizzate? E soprattuto, cosa manca a questi dispositivi per essere davvero perfetti? È tutta questione di App oppure anche i supporti hardware non sono ancora del tutto maturi?Da una parte Android e gli smanettoni, dall’altra iPhone e iPad e i “fricchettoni dell’IT”, c’è davvero spazio o bisogno di un terzo incomodo? Tenendo presente che la concorrenza nel mondo IT per noi utenti è sempre vantaggiosa, io direi di sì.
In tema di ballottaggi, non resta che attendere chi il mercato mondiale “eleggerà” come sistema mobile in grado di ricoprire il ruolo che fino ad un paio di anni fa era di Symbian, che sfiorava quota 60% del mercato. Io lo farò continuando a scrivere sul mio iPad, guardando con sospetto ed interesse alla “versatilità” di Android, in attesa della carta elettronica, che ci eviti di portarci dietro una borsa pesante sulle spalle.

eG8, ossia il forum dei diritti delle imprese!

Web e Business     Autore: Thomas Zaffino 6 Commenti »

L’E-G8, tanto voluto da Nicolas Sarkozy, sarà ricordato per essere stato evento sostanzialmente di parte. Come lamentato da molte associazioni ed organizzazione, quali il  Civil Society Internet Governance Caucus (IGC), che hanno persino scritto a Sarkozy per lamentare la parzialità degli speaker convocati oltre a ribadire l’importanza di garantire la «net neutrality» e le libertà online.

Indipendentemente dal successo ai fini dell’introduzione di soluzioni sulle questioni in sospeso riguardanti la rete, i temi affrontati durante l’E-G8 saranno portati con tutta probabilità sul tavolo del G8, che vedrà seduti, la prossima settimana a Parigi, i leader mondiali.  Serviranno ad introdurre la necessità di parlare di regolamentazione globale della rete a livello di vertici istituzionali. A questo tavolo, difficilmente giungeranno le voci delle associazioni e delle organizzazioni. Inutile dire che, anche in questo caso i “grandi della terra” non hanno trovato un accordo sul documento finale, disponibile sul sito dell’evento.

Nel discorso di apertura del 24 Maggio, Sarkozy ha definito Internet come la «terza onda», dopo la scoperta dell’America e la Rivoluzione Industriale:  «la nuova frontiera, un territorio da conquistare». Peccato però che Sarkozy  sia il padre di HADOPI (Legge sulla tutela degli interessi dei detentori di copyright fra le più dure in Europa) e di politiche che vanno nella direzione della conquista e dell’occupazione della Rete attraverso un controllo governativo.

e-G8 Forum

Dal sito dell'e-G8 Forum è possibile scaricare il documento finale, oltre a rivedere gli interventi più importanti

Monsieur le President ha anche detto che «i Governi sono i legittimi guardiani della società» e che «la totale trasparenza deve essere bilanciata dalla libertà individuale»; inoltre, occorre assicurarsi che «l’universo della Rete non diventi un universo parallelo fuori dalle leggi e dalla morale». Le parole di Sarkozy, a parere di molti osservatori, avrebbero spinto il dibattito sull’opportunità, per le grandi aziende protagoniste della Rete, di collaborare con i governi nazionali.  Un’altra possibile interpretazione è quella della ricerca di regole comuni valide a livello globale, superando i confini delle Nazioni, per fornire un minimo di ordine a Internet.

I rappresentanti dell’industria si sono dimostrati ostili a questo approccio interventistico: Eric Schmidt, ex-CEO Google, invitato all’evento per esporre un diverso punto di vista sulla questione, nella veste di alto rappresentante del gruppo che più di ogni altro è stato capace di plasmare negli ultimi anni la maniera di pensare la Rete, nel suo intervento ha sostenuto che «i governi non dovrebbero neanche provare a regolare il settore tecnologico che cambia troppo rapidamente».

Sarkozy sembra aver arginato tutte le possibili voci che hanno cercato di riconoscere Internet come uno spazio universale di libertà e uno strumento fondamentale di democrazia, voci che avrebbero potenzialmente dato risalto alla richieste e promozione di misure anti-controllo e anti-censura. Il portavoce dell’associazione di difesa dei diritti online francese, La quadrature du Net, ha lamentato la stretta vigilanza imposta all’agenda dell’incontro.

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg all'e-G8. Recentemente accusato di pratiche che vanno contro la privacy degli utenti, ci si chiede quali tipi di diritti egli possa rappresentare...

L’organizzazione dell’E-G8 Forum, a detta di Juan Carlos De Martin, professore al Politecnico di Torino, è stata curata pensando esclusivamente al mondo delle imprese. Università, centri ricerca e community online sono state poste in minoranza, pur vantando un peso specifico ben più forte per le sorti della Rete. Sono tanti i dubbi per gli osservatori della rete: dalla net neutrality al controllo dei dati degli utenti, sono molte le questioni rilevanti che non possono essere risolte solo con l’intervento dei rappresentanti delle aziende.

La seconda giornata ha avuto come tema centrale l’argomento della pirateria e del diritto d’autore online, molto caro al Presidente francese. Non è stata però l’occasione ideale per dissipare i dubbi anticipati nei giorni precedenti. Rupert Murdoch è infatti rimasto distante dai temi a lui più cari, come la proprietà delle notizie e del relativo diritto d’autore, facendo un discorso sull’importanza dell’educazione scolastica per far emergere le potenzialità dei ragazzi.

John Perry Barlow di EFF, una delle poche voci presenti non in rappresentanza delle aziende Web, aggiunto all’ultimo alla lista di partecipanti, intervenendo dopo i vertici di 20th Century Fox, Universal Music France, Bertelsmann e il Ministro francese della cultura intervenuto in difesa di Hadopi, ha messo in luce le voci che si sono espresse contro le libertà della rete e a favore di un controllo a tutela soprattutto dei diritti di proprietà intellettuale, in nome e per conto della sopravvivenza dell’industria dei contenuti.

A dimostrazione del fatto che l’agenda degli interventi fosse poco improntata al confronto, l’intervento di Barlow ha letteralmente acceso il dibattito, schierandosi  contro le tesi degli altri speaker, minando le fondamenta della proprietà intellettuale e attaccando le paure di controllo e censura della Rete. Numerose altre voci invitate a parlare si sono dimostrate discordanti sulle tesi fondamentali di Sarkozy: oltre ad Eric Schmidt, anche David Cameron, in nome del Regno Unito, ha respinto l’opportunità dell’idea di “civilizzare Internet”. Senza parlare  dei tanti, come Cory Doctorow, giornalista blogger e coeditore di Boing Boing, che ha rifiutato l’invito a partecipare ritenendo che la sua presenza servisse solo a legittimare un’iniziativa altrimenti fallata.

Solo tre su oltre cento relatori erano italiani: Franco Bernabé, presidente di Telecom Italia, Carlo de Benedetti, chairman del Gruppo Editoriale l’Espresso e Luca Ascani, AD di Populis. Il governo ha partecipato  con Gianluigi Benedetti, Consigliere diplomatico del Ministro Brunetta, e il parlamentare Vincenzo Vita (PD).

Bernabé, nel suo intervento ha ribadito il problema delle TLC: gli operatori sono soggetti a troppe regole e vincoli. Ha dichiarato: «Penso che non si possa mantenere questa situazione di asimmetria, dove gli operatori tradizionali delle TLC hanno regole e vincoli e invece ci sono operatori che entrano sul terreno senza alcun tipo di regolamentazione». Non c’è che dire, un problema della Rete…

Facebook & Co: siamo tutti continuamente spiati…

Web e Business     Autore: Thomas Zaffino 2 Commenti »

Un’inchiesta pubblicata sul Wall Street Journal mette a fuoco le problematiche sul rischio privacy connesse all’utilizzo dei social network più diffusi: Facebook, TwitterGoogle, con Buzz. Il rischio arriva prevalentemente dai social widget, ossia i pulsanti Like (Mi piace) e gli altri per la condivisione dei contenuti.

In sostanza, dall’inchiesta è emerso che se facciamo uso di questi pulsanti, i social network sono capaci di profilare la nostra navigazione, collegandola ai dati del nostro account. Nella pratica, significa che la navigazione è collegata ad un nome… La cosa inaspettata, però, è che la profilatura continua anche quando chiudiamo il browser: basta usare i pulsanti almeno una volta al mese. L’unico modo di far perdere le nostre tracce è di fare il logout dall’account.

Schema profilatura della navigazione

Lo schema pubblicato nell'inchiesta del WSJ spiega il meccanismo di profilatura della navigazione realizzato dai widget dei social network

La questione deve preoccuparci. Sempre nell’inchiesta del WSJ, si legge che su oltre il 30% dei 1000 siti più popolari, secondo la classifica pubblicitaria stilata da Google, è presente il pulsante Mi piace di Facebook.  Quella dei widget di Twitter si attesta al 20% di tali siti. Buzz di Google, infine, sul 25%. I widget consentono, a chi pubblica contenuti, di aumentare le visite delle proprie pagine con il metodo del passaparola.

Il WSJ ha affidato gli aspetti tecnici dell’inchiesta a Kennish Brian, ex ingegnere di Google e proprietario della Disconnect Inc, software house di prodotti specializzati nel blocco delle applicazioni che raccolgono dati mediante i widget. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Brian, navigando i 1000 siti più popolari ed esaminando oltre 200.000 pagine, Facebook ha prelevato i dati di navigazione da 331 siti, Google da 250 siti, Twitter da circa 200 siti.

I social network hanno tutti dichiarato di utilizzare i dati raccolti solo per scopi pubblicitari. Twitter ha dichiarato che i dati vengono distrutti dopo due settimane. Facebook lo farebbe trascorsi 90 giorni. Google sostiene che Buzz non raccolga affatto questo tipo di dati.

Rischio privacy

I widget permettono di raccogliere informazioni sulle pagine che visitiamo, sulle nostre preferenze politiche e religiose, su informazioni personali...


Quelli di Facebook spiegano che i widget devono per forza individuare l’utente che vuole condividere i contenuti con i suoi amici. Alcuni widget del social network raccoglievano, fino a poco tempo fa, persino dati di navigazione relativi ad utenti non registrati su Facebook. L’azienda ha però dichiarato di non raccogliere più questo tipo di informazioni.

Molti sostenitori statunitensi della privacy, un po’ come era avvenuto in Italia con il Report dedicato ai social Network, in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta sul WSJ, hanno espresso forti preoccupazioni sostenendo che tali procedure ledono i diritti degli utenti. Peter Eckersley, tecnico della Electronic Frontier Foundation (gruppo di difesa della privacy) ha dichiarato, dopo aver letto l’inchiesta, che «Le nostre abitudini di navigazione possono svelare ciò che stiamo pensando, le nostre opinioni politiche e religiose, il problemi di salute e quelli personali. I social network fungono da spia invisibile».

Mentre negli USA divampa la polemica sulla privacy, Mark Zuckerberg getta benzina sul fuoco con una dichiarazione sulla volontà di creare un ambiente sociale ed educativo sicuro per i ragazzi di età inferiore ai 13 anni.

 

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