La risposta perfetta? Dipende dalla domanda

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Google è uno strumento straordinariamente potente, basta dargli una parola chiave e nel giro di un quarto di secondo lui ti propone una pagina con i risultati più rilevanti legati alla trattazione di quell’argomento. Eppure non è sempre ciò che cerchiamo. Nemmeno Google infatti è perfetto e a volte le domande sono così specifiche su un argomento che per ricevere la risposta corretta servirebbe un altro essere umano che la sa. I siti di Q & A (question and answer, domande e risposte), non sono una novità, ma il settore è, inaspettatamente, in rapida crescita, perché ci sono ancora domande a cui un computer non può rispondere.

Yahoo Answers o WikiAnswers sembrano roba passata e invece non è così, sono giganti con un traffico da 50 milioni di persone. Eppure gli algoritmi dei motori di ricerca sono sempre più raffinati e sviluppati e forniscono una quantità enorme di materiale in pochissimo tempo su un argomento. Eppure a volte non basta, perchè la domanda può essere talmente specifica che non c’è algoritmo che tenga. In questi casi soltanto porre la domanda in una community può aiutare, sperando che all’interno vi sia una persona con la nozione giusta.

È un business in crescita dicevamo, ma la crescita è legata alla rilevanza e alla qualità delle risposte fornite: se esse sono davvero buone molta più gente verrà a porre domande. Il nodo cruciale però è che la qualità stessa delle risposte è legata a quella delle domande poste. È quello che l’esperto di media Ron Callari chiama “dummy down”, la tendenza cioè a banalizzare un servizio facendogli perdere appeal, soprattutto commerciale.

Il segreto dunque per la domanda perfetta (e di conseguenza per la risposta perfetta, con tutto ciò che ne consegue) consiste in due percorsi complementari: specializzazione e community. La prima infatti permette di ricevere domande più specifiche e dare quindi l’occasione di fornire risposte più rilevanti, mentre la seconda è un modo per garantire l’affidabilità, se appunto su un argomento specifico si fonda una community di esperti.

Il fenomeno è talmente in ascesa che molti giganti di altri settori stanno decidendo appunto di entrarvi: Facebook ad esempio ha annunciato che lancerà a brevissimo un servizio ad hoc, i cui contenutial momento sono però top secret e anche l’immancabile Google sta sperimentando qualcosa di analogo con “Google Squared”, un aggregatore di informazioni che offre tutto lo scibile su un determinato tema presente sul Web, aggregandolo in una griglia che si può personalizzare in base alle proprie domande.

Come sempre però c’è un risvolto commerciale che, riguardando la privacy, tocca da vicino noi utenti, veri produttori dei contenuti della Rete, che altri poi sfruttano commercialmente. Come mai infatti siano tutti interessati ad entrare in questo nuovo business è fin troppo chiaro, ma per chi fosse duro di comprendonio lo spiega Josh Bernoff, analista di Forrester Research: “Un sito che riveli le domande più ricercate da un utente rivela ovviamente molto anche di quel tipo di utente, diventando appetibilissimo per gli investitori pubblicitari”.

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