Videogame: è polemica sullo studio che li lega alla depressione

Gadget e Hi-Tech     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Quando ero piccolo io (nel millennio passato) le polemiche erano le stesse, ma i soggetti diversi: troppa TV ci faceva male o no? Era meglio passare le ore di svago da soli davanti alla TV o giù in strada con altri ragazzini? Poi i decenni sono passati, la tecnologia è avanzata, ma i dubbi di fondo sono rimasti gli stessi, solo che ora ad essere sotto processo è il PC in generale, in molte delle sue manifestazioni principali: ma non farà male passare troppe ore davanti al PC a chattare (prima) o sui social network (dopo) o giocando ai video giochi? Uno studio cerca di fornire delle risposte ma è subito polemica.

Lo studio è stato condotto da Douglas Gentile, attualmente alla guida dei Media Research Lab presso la Iowa State University: due anni di interviste e ricerche culminate in uno studio che dimostrerebbe come il dieci per cento degli adolescenti di Singapore avrebbe manifestato stati profondi d’ansia o addirittura maturato sindromi depressive dopo aver abbandonato alcune delle basilari esperienze sociali e la colpa sarebbe tutta dei videogiochi, che attirerebbero un ragazzino su dieci per una media di 20 ore a settimana. Un’esposizione pericolosa secondo Gentile.

Ovviamente i protagonisti dell’altra sponda si sono subito ribellati. Mark Griffiths, dirigente dell’International Gaming Research Unit della Nottingham Trent University ha ad esempio sottolineato come sia del tutto normale che un ragazzino passi tra le due e le tre ore alle prese con una console, avendo i videogame sostituito la televisione tra le principali attività nel tempo libero.

Ancora più netto il commento della ESA (Entertainment Software Association) che ha messo in discussione le stesse metodologie del lavoro di Gentile, sostenendo che il ricercatore statunitense avrebbe anzitutto scrupolosamente selezionato il suo campione di 3mila adolescenti di Singapore, rendendolo poco rappresentativo e soprattutto adatto a dimostrare una tesi predeterminata.

Noi ovviamente non siamo medici, né psicologi, né ricercatori in questo campo, ma ci sembra che ci siano due distinzioni da fare, la prima tra normale, cioè diffuso, e giusto, perché la corrispondenza tra le due cose non è affatto automatica, benchè sia da sempre sentita come tale. Passare tante ore davanti alla TV, al monitor di un PC o al display di un cellulare è comunque lo stesso, il punto centrale è che si sta da soli e il fatto che la maggior parte della popolazione ormai lo faccia e lo consideri un fatto normale non ne diminuisce la portata di fenomeno sociale. È chiaro che sottrarre tempo alle relazioni sociali ci impoverisce come esseri umani, visto che siamo animali sociali, diminuendo il nostro senso di empatia ad esempio. Viceversa ci sarebbe anche da considerare che la comunicazione sociale si evolve nel tempo e può passare per altri canali. Sicuramente una comunicazione solo scritta com’è ad esempio quella delle mail, delle chat o dei social network è inevitabilmente meno ricca rispetto a comunicazioni dal vivo che coinvolgono molti canali contemporaneamente, ma le paure un secolo fa erano le stesse per il telefono, invece poi non è successo nulla, si continua a uscire e a vedersi di persona. Bisognerebbe quindi centrare le ricerche anzitutto sulla comprensione dell’uso che si fa di uno strumento, se è utilizzato per ampliare le nostre occasioni di contatto sociale o se invece diviene un sostituto, un surrogato depotenziato di esse; il pericolo starebbe solo nella seconda ipotesi e non nella prima, che anzi è un’occasione di moltiplicare la socialità anche quando siamo fisicamente soli.

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