Viacom contro YouTube, parte 2

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

A volte ritornano. Sembrava conclusa la vicenda che vedeva Viacom, associazione di media, contrapposta a YouTube, accusato di aver ospitato sui propri server migliaia di video illegali, che infrangevano le leggi vigenti sul copyright. Al processo che era inevitabilmente seguito infatti si era stabilito che il sito di video di Google fruisse di uno dei punti stabiliti dal Digital Millennium Copyright Act (DMCA), che stabilisce la neutralità e quindi la non colpevolezza degli intermediari. Ma Viacom si è tutt’altro che rassegnata e sta ricorrendo in appello.

È dura anche per un colosso come Google liberarsi dalle grinfie delle major dello spettacolo, sempre assetate di introiti facili; chi pensava dunque che fossero aduse a perseguitare solo gli inermi come la signora Jammie Thomas si sbaglia.

Un corposo documento di circa 60 pagine è stato infatti recentemente depositato dai legali di Viacom presso una corte d’appello di New York, con l’obiettivo primario della proprietaria di Paramount e MTV immutato, ossia vincere la causa contro Google per violazione del copyright su larga scala. Viacom si era infatti scagliata contro il sito di video sharing nel 2007, chiedendo un risarcimento stellare pari a 1 miliardo di dollari, un bocconcino che continua a fargli gola e al quale non vuole evidentemente rinunciare. Al centro della causa era il fatto che decine di migliaia di filmati fossero ospitati sulla piattaforma in barba a qualsiasi predisposizione di tutela del copyright, che nel frattempo avevano fruttato, sempre secondo l’accusa, lauti guadagni a BigG, in termini di traffico e pubblicità contestuale.

Viacom in appello ha deciso di contestare la decisione stessa di offrire protezione a YouTube come semplice intermediario, poiché appunto l’azienda non si sarebbe limitata ad ospitare sui suoi spazi materiale protetto da diritto d’autore, seppur postato da terzi, ma l’avrebbe sfruttato a proprio vantaggio economico. L’immunità garantitagli rappresenterebbe dunque, sempre a detta dell’accusa, un pericolo, essendo generatrice potenziale di una serie di altre assoluzioni nei confronti di tutti quei siti macchiatisi di violazione del copyright.

Come sempre dunque le major non si smentiscono e vanno a caccia, ancor prima che di lauti guadagni, di sentenze esemplari, contro potenti e contro gente comune, in grado da funzionare come deterrente a sfidare il loro potere che vogliono dimostrare essere totale.

Peccato però che YouTube abbia introdotto già da tre anni la tecnologia Content ID, creata appositamente per offrire ai signori del copyright un’arma contro tali abusi, permettendone la facile individuazione e rimozione su richiesta dei diretti interessati. Sarebbero così da allora già 100 milioni i video eliminati per sfruttamento indebito dei contenuti, un gesto che smentirebbe l’interesse economico nell’intera vicenda, almeno da parte del Tubo ovviamente.

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