Le autorità USA ed Europee contro il tracciamento pubblicitario

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Behavioral advertising, ovvero quell’odiosa forma pubblicitaria basata sullo spiare le abitudini di navigazione e gli interessi attraverso le “scie” elettroniche che lasciamo nel Web, al fine di bombardarti poi con pubblicità mirata. Sembra niente ma si tratta di un’attività molto vicina allo spionaggio e alla sottrazione di dati personali, il tutto a fini di lucro. Ora le autorità sia europee che americane stanno pensando di mettere un freno a queste pratiche sviluppando regolamentazioni nuove e ad hoc.

La Federal Trade Commission sta pensando infatti a una qualche forma di imposizione legale per impedire o limitare fortemente l’odiosa pratica. In pratica si sta pensando di far inserire nei browser una cosiddetta “Do Not Track List”, ossia un database che permetta all’utente, tramite selezione di un’apposita opzione disponibile nel browser web, di comunicare al sito web corrente la sua indisponibilità a fornire le proprie abitudini di navigazione ai fini di un advertising più corrispondente alle sue caratteristiche specifiche. Qualcosa insomma di molto simile a quanto proposto dall’omonimo progetto Do Not Track sviluppato da alcuni ricercatori della Stanford University con lo scopo di favorire l’opt-out dal behavioral advertising per mezzo di “adesioni volontarie, auto-regolamentate dall’industria o previste dalla legge di stato o federale”.

FTC a questo scopo invoca direttamente l’intervento del Congresso al fine di implementare la sua Do Not Track List nell’ordinamento legale statunitense. Senza questo intervento e la conseguente imposizione legaleinfatti, suggerisce la commissione federale, si potrebbe fare molto poco per costringere chi realizza browser web a implementare tale funzionalità nei suoi prodotti e sarebbe altrettanto improbabile che le grandi aziende che hanno fatto dell’advertising la spina dorsale del proprio business, come Google e Facebook, tanto per cambiare, decidano volontariamente di adottare questi meccanismi. Inoltre andrebbe anche deciso quali e quanti dati escludere dalla comunicazione tra client e server web.

Imporre limiti legislativi più severi al tracking online pare inoltre che riscuota un buon successo anche in Europa, dove il Ministro degli Interni tedesco Thomas de Maizière ha parlato della necessità di un approccio più ampio che comprenda l’intera Internet, al fine di restringere la distribuzione mirata di profili personali, mentre il gruppo di lavoro Articolo 29 ha chiesto ai network pubblicitari informazioni su come intendano conformarsi alle nuove norme sulle telecomunicazioni approvate in Europa.

Insomma, sia come sia si tratta di una strada interessante che una volta tanto preferisce i diritti dei netizen a quelli economici, ma comunque difficile e impervia, vedremo come andrà a finire.

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4 Commenti

  1. Stefano

    Evitare che i dati sulla navigazione vengano divulgati in maniera selvaggia è un conto, ma pretendere che non vengano assolutamente tracciati mi sembra un pochino paranoide.
    Cioè, è come andarsene a spasso per strada e pretendere che tutti si girano dall’altra parte perchè non abbiamo voglia di essere guardati.
    Navigando in rete si lasciano delle “scie” digitali. Bisogna prenderne atto e basta.
    Francamente preferisco essere bombardato da pubblicità “mirata” piuttosto che sorbirmi della pubblicità di roba di cui non mi importa nulla.
    E inoltre la pubblicità è ciò che tiene in vita tanti servizi per i quali, se non ci fosse, dovremmo pagare di tasca nostra o rinunciarvi del tutto.
    Non ultimo il sito che ci ospita.

    M2C
    Ste

  2. Alessandro Crea

    Perdonami ma il tuo esempio non è calzante, quando andiamo in giro per strada infatti non abbiamo sopra di noi un cartellone luminoso che riporta i nostri dati personali, come data e luogo di nascita, residenza, orientamento sessuale, politico, religioso etc. nè sono cose che comunichiamo a chiunque incontriamo o conosciamo da 5 minuti. Quei dati ci appartengono e siamo noi gli unici che ne dovrebbero disporre e che dovrebbero decidere cosa rivelare, a chi e quando e non possono certo essere usati per ricavarci profitti come accade ora.

  3. Stefano

    Infatti io mi riferivo ai dati “sulla navigazione”, non ai dati “sensibili” (per i quali, in virtù della legge sulla privacy è necessaria l’autorizzazione scritta affinchè possano essere usati).
    L’articolo mi sembrava di riferisse ad essi no?

  4. Alessandro Crea

    Beh, tracciando le tue abitudini di navigazione ci vuol poco a ricavare gusti e inclinazioni, in tutti i campi di cui sopra, senza contare che spesso le politiche che riguardano la tua privacy sono basate su meccanismi di opt-out (do per scontato che posso usare tutti i tuoi dati a meno di tue esplicite indicazioni contrarie), che nessuno da mai, pechè la maggior parte degli utenti non apre mai le opzioni, mentre sarebbe più giusto applicare politiche di opt-in, cioè tu (sito) non usi niente di mia proprietà a meno che non sia io, esplicitamente, a indicarti cosa ti cedo.

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