Anche la Warner si accorge che il P2P non è deleterio

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Si, avete letto bene, non si tratta di un refuso o di un’iperbole scherzosa, no, è tutto vero: al primo tentativo in cui una major si fa da sé uno studio serio sull’argomento cosa ottiene? La conferma di quanto vanno dicendo da anni studi accademici e indipendenti e cioè che il P2P non sostituisce affatto altri tipi di fruizione a pagamento, ma anzi li rafforza, una sorta di pubblicità gratuita, che porta le persone che ne fruiscono ad andare al cinema o a comprare CD e DVD. E ora come la mettiamo?

Un’analisi durata un anno e mezzo, svolta dalla divisione antipirateria di uno dei colossi dell’intrattenimento, la Warner Bros., con a capo Ben Karakunnel, per cercare di capire meglio le attitudini e i comportamenti di milioni di condivisori, un corposo documento presentato alla platea dell’ultimo Content Protection Summit di Los Angeles e cos’ha partorito tutto questo immane sforzo? Nulla se non quella che, per chi come noi ha ascoltato anche altre voci indipendenti da tempo era una verità già assodata e risaputa: Le analisi di Warner Bros. hanno infatti rilevato come in ambito accademico avessero ragione: chi scarica in maniera illecita è anche un consumatore di contenuti legali, assiduo frequentatore delle sale, legittimo acquirente di DVD.

Non so se l’evidenza dei dati abbia lasciato basiti anche i vertici di Warner, che sicuramente non saranno stati contenti di aver stipendiato per un anno e mezzo il direttore Karakunnel e il suo staff solo per farsi dire che hanno sempre avuto torto e che hanno ragione invece quanti sostengono che il P2P non danneggi proprio nulla, di sicuro c’è soltanto che lo studio non ha persuaso gli alleati della Warner, i rappresentanti dell’industria del cinema e della musica si sono rivolti infatti proprio in questi giorni al Department of Commerce statunitense, sottolineando come l’arma legale costituisca una soluzione limitata al problema del P2P, perché ci vuole troppo tempo, all’interno dell’iter legale, per avere eventualmente soddisfazione, anni che portano via risorse in termini di tempo e di denaro. L’industria ha quindi chiesto al Department of Commerce di far calare il pugno duro, data una serie di pericolose scappatoie offerte dal Digital Millennium Copyright Act (DMCA), scappatoie assurde, come ad esempio assicurare ai provider un ruolo di semplice intermediario e quindi di figura non perseguibile. È troppo da accettare per i mastini del P2P, a questo punto ci chiediamo in cosa consisterebbe secondo loro la linea dura che hanno richiesto: scavalcare le leggi e gli iter legali? Arrestare nottetempo eventuali condivisori con blitz di forze speciali che irrompono in casa e ti portano via incappucciato? La tortura? Oppure forse consiste nella possibilità di decidere senza processo chi è colpevole, giudicarlo e condannarlo in quattro e quattr’otto, magari a pagare multe di milioni di dollari, come nel caso della povera signora Thomas, rea di aver condiviso niente meno che ben 24 brani musicali coperti da copyright?

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