Rapporto Confindustria Cultura sui contenuti digitali

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Come accade ogni anno dal 2007, cioè da quando ha iniziato a produrre questo report, arriva puntuale il rapporto da parte di Confindustria Cultura sullo stato della digitalizzazione dei servizi Internet in Italia e la loro fruizione da parte del mercato.

L’Osservatorio dei contenuti digitali, costituito nel 2007 da FIMI e Cinecittà Luce e ora parte di Confindustria Cultura Italia, in collaborazione con Nielsen Italia, monitora dal 2007 il consumo di contenuti digitali in Italia, cercando anche di comprendere i margini per un’azione di mercato, attraverso il rilevamento della propensione alla spesa digitale degli italiani.

Nella ricerca i risultati sono stati confrontati con quelli raccolti a partire dal 2007 appunto; ciò ha evidenziato in particolar modo come le diverse tipologie di consumatori, riuniti in cinque categorie a seconda del rapporto tra fruizione dei contenuti e competenza tecnologica, hanno tutte quante subito un calo in questi quattro anni. L’unica ad essere salita è quella ad alta competenza tecnologica ma con bassa propensione alla fruizione, formata quindi da persone che i contenuti digitali li fruisce poco (sia legalmente che illegalmente) ma che è interessata e competente tecnologicamente. Dal 2007 ad oggi la categoria è aumentata di ben 3,4 milioni di individui, di cui almeno 2 milioni, la maggior parte dei quali tra i 14 e i 24 anni, sono passati dall’alta alla bassa propensione al consumo culturale. Dunque cresce la competenza tecnologica e diminuisce il consumo culturale di film, libri, videogiochi, spettacoli dal vivo e musica, specie se legale.

Lo studio Nielsen però su questo punto non può essere ritenuto completo per stessa ammissione dei suoi esperti, in quanto non ha tenuto conto dell’eventuale fruizione di streaming illegale. Dallo studio infatti risulta solo quanto si sapeva già e cioè che il file sharing è in diminuzione dell’11 % ma non è chiaro se ciò sia dovuto al passaggio ad altre forme di fruizione comunque illegali e quanto invece sia frutto di una conversione al legale.

Sembrerebbe quindi che in Italia ci sia una grossa fetta di utenti tecnicamente competenti ma che stranamente non fruiscono di contenuti culturali, ci sarebbe quindi da chiedersi cosa ci fanno col computer. In ogni caso è molto probabile che la fruizione in realtà ci sia, ma che sia, per così dire, sommersa, passando per canali illegali quali lo streaming o il download non più attraverso il P2P. In ogni caso questo evidenzia due cose: che in Italia si insegue, seppur molto a rilento, la crescita della banda disponibile per l’utente finale, ma che essa sia solo uno scatolone vuoto, in quanto i fornitori del servizio non sono in grado di proporre contenuti interessanti e comunque che non lo fanno in maniera vantaggiosa, soprattutto per chi, appunto, ha sviluppato forti competenze tecniche. Insomma se l’offerta culturale è scarsa e costosa è ovvio che chi è in grado si rivolga ad altri canali.

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