Una rettifica del blog della sentenza UE sul decreto Bondi

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Ieri, nel leggere le fonti riguardanti la notizia della sentenza UE riguardo all’equo compenso, non essendo un esperto giurista, mi è sfuggita una sottigliezza legale che però fa una grande, enorme differenza su quanto spiegato ieri e, tanto per cambiare, rende la situazione meno rosea di quanto l’avessi dipinta, anche se come sempre soltanto per noi poveri consumatori.

Come detto si tratta di una sottigliezza bizantina, per cui cercherò di essere il più chiaro possibile. L’art. 71 septies della legge sul diritto d’autore prevede che il compenso sia dovuto esclusivamente in relazione a apparecchi o supporti destinati alla registrazione di copie private. Bisogna dunque fare attenzione proprio a questa nozione di destinazione d’uso: per i Giudici della Corte di Giustizia, l’equo compenso può essere preteso solo laddove il supporto o il dispositivo sia effettivamente destinato e non solo tecnicamente idoneo alla effettuazione di copie private. Cosa significa? Che, secondo la Corte, se un dispositivo idoneo tecnicamente alla registrazione di materiale coperto da copyright viene venduto a un privato allora si può chiedere l’equo compenso, in quanto, su base presuntiva, si può pensare che quasi sicuramente il dispositivo sarà utilizzato per effettuare copie private, per cui se io compro un HDD o altra memoria è lecito chiedermi di pagarla di più, presumendo che ne farò un uso illegale. Se però a comprare lo stesso HDD è un’azienda o un soggetto non privato, questa regola non vale più, in quanto, sempre su base presuntiva, in un’azienda l’HDD non sarà usato per trafficare illegalmente con materiale protetto dal diritto d’autore.

Il problema dunque consisteva nel fatto che il Decreto Bondi estendeva l’obbligo di pagamento dell’equo compenso a tutti i dispositivi ritenuti semplicemente idonei ad effettuare copie private, senza dunque tenere conto della destinazione d’uso e, per questo, trasgredendo il limite imposto dalla disciplina nazionale e da quella europea. Ora quindi i compensi che la SIAE dovrà eventualmente restituire sono quelli percepiti dalla vendita di supporti idonei a società o altri soggetti per cui la presunzione di utilizzo per copia privata non può valere.

Sintetizzando quindi l’equo compenso va bene soltanto se a pagarlo siamo sempre e solo noi, poveri consumatori, ritenuti colpevoli a priori, senza nemmeno bisogno di verificare effettivamente l’uso che si farà del dispositivo. Per noi quindi gli aumenti non cambiano, né torneranno indietro i soldi e questa discriminazione, su cui speriamo che le associazioni dei consumatori portino avanti una battaglia, non riguarda questo o quel governo locale, ma l’attuale giurisprudenza tutta in merito all’argomento e, finchè non ci sarà un cambiamento nel punto di vista attuale sul diritto d’autore, non ci sarà scampo per i consumatori.

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Un commento

  1. dan

    imho i politici della lega mi sembrano abbastanza naif,
    propongono intransigenti soluzioni, a vecchi problemi…
    la storia insegna se e’ stata studiata, altrimenti si ripetono sempre gli stessi errori.

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