Rivelazioni shock: Facebook venderebbe i dati per la pubblicità

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Questo almeno è quanto rivelato da un’indagine del Wall Street Journal, che non è certo un giornale scandalistico da due soldi né  fa un giornalismo spicciolo, ma al contrario è considerato una delle testate giornalistiche più prestigiose e autorevoli a livello mondiale. A quanto pare dunque tutte le principali applicazioni disponibili sul sito in blu avrebbero inviato a società terze i numeri unici relativi ad ogni profilo, svelando così i dati di milioni di profili, anche quelli più protetti. E così, a pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni di apertura nei confronti della privacy degli utenti Facebook torna nell’occhio del ciclone.

I dati appartengono unicamente agli utenti, aveva dichiarato non molti giorni fa Richard Allan, calmando gli animi esagitati da un periodo d polemiche sul comportamento del social network nei confronti dei dati degli utenti; sul sito poi avevano fatto la loro comparsa anche nuovi strumenti legati alla gestione della privacy, che davano un controllo più granulare all’utente. E oggi invece, se quanto sostenuto dal WSJ dovesse rivelarsi fondato, scopriremmo che è tutto fumo negli occhi, che Facebook non ha davvero rinunciato a ricavare introiti dai dati dei suoi utenti, ma che ha deciso semplicemente di mascherare il suo operato, dando un contentino all’opinione pubblica, avendo trovato altre vie, più nascoste, per vendere comunque i propri database al miglior offerente, anche di quegli utenti che credevano di aver adottato tutte le misure di protezione dei propri dati a loro disposizione.

In particolare l’indagine ha puntato il dito contro tutte quelle applicazioni presenti nella classifica delle più usate su Facebook, come Farmville o i vari test e regali  molto diffusi tra gli utenti, ma non solo; tali applicazioni sarebbero dunque riuscite a raccogliere e inviare informazioni personali verso un gruppo di almeno 25 società terze, tutte specializzate in pubblicità e raccolta dei dati per la profilazione mirata all’advertising, che avrebbero rastrellato dunque così un’enorme quantità di dati, specialmente quello che viene chiamato Facebook ID, ossia quel numero unico assegnato dal sito in blu a ciascuno dei profili registrati. Si tratta infatti di un dato attualmente non protetto dal social network e che può tranquillamente essere associato a tutte le identità, anche quelle più attente alla propria privacy. A partire da questi numeri unici infatti le 25 società avrebbero avuto accesso ad informazioni basilari degli utenti come residenza e occupazione, ma anche a liste di amici e ai loro dati, quindi si sarebbe esposti anche se non si è in prima persona usufruitori di una delle app incriminate.

Al momento alcune delle società coinvolte dall’indagine del WSJ hanno negato, o quantomeno hanno detto che la trasmissione di dati era del tutto involontaria e i vertici di Facebook hanno invece preso alcuni provvedimenti, eliminando dal proprio sito alcune delle app incriminate. Se questo però può bastare a sedare la situazione e le prime proteste e ad evitare un’emorragia di utenti in fuga dal sito in blu non dovrebbe bastare però a rassicurare gli utenti sulla sicurezza dei propri dati: c’è solo una cosa da fare per Zuckerberg e soci ed è proprio quella che finora non hanno mai davvero fatto e cioè restituire i dati agli utenti, unici proprietari, non solo a parole, ma con i fatti, magari creando opzioni che rendano trasparente l’accesso ai propri dati e dando agli utenti il potere di decidere chi accede a cosa e in che misura.

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Un commento

  1. David

    Yo, that’s what’s up trtlfhuuly.

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