USA: giro di vite contro i siti pirata

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

C’è già chi, con toni enfatici, l’ha definito il Santo Graal di tutte le iniziative anti pirateria del pianeta e mentre si discute già animatamente, nonostante si sia soltanto allo stadio di una proposta di legge, gli Stati Uniti si preparano a quella che potrebbe essere effettivamente la più grande controffensiva nei confronti della pirateria mai attuata da un Governo.

COICA, Combating Online Infringement and Counterfeits Act (atto per combattere la contraffazione e la violazione online ); un acronimo semplice che nasconde un’iniziativa poderosa, forse mai messa prima in campo da nessuno. Si tratta al momento di una proposta di legge, avanzata da un gruppo bipartisan di senatori, tra cui il presidente della Commissione Giudiziaria del Senato Patrick Leahy, già noto per la sua assoluta inflessibilità nella lotta al file sharing illecito.
Se dovesse essere approvata, la legge prevedrebbe sostanzialmente l’affidamento al Dipartimento di Giustizia statunitense del compito di perseguire a livello civile tutti i siti che si macchino di violazione del copyright, permettendo magari ai propri utenti di condividere musica, film, software e quant’altro coperto da una qualche forma di proprietà intellettuale, chiedendo di volta in volta alle varie corti federali di emettere un’ingiunzione nei confronti di un determinato sito Web all’interno del territorio statunitense e colpendo così a livello civile sia il gestore dello spazio online che il responsabile della registrazione del dominio, che verrà ovviamente messo offline in maniera permanente. Tale meccanismo legislativo dovrebbe inoltre estendersi anche a tutti quei siti pirata operanti all’estero, visto che il Dipartimento potrebbe ordinare anche agli ISP statunitensi di bloccarne gli accessi, in modo da impedire agli utenti statunitensi di fruirne e di condividere contenuti tramite essi.

Ad applaudire il disegno di legge ovviamente in prima linea gli alti vertici di RIAA e MPAA, mentre i Provider, che in passato si erano rifiutati di consegnare i dati identificativi degli utenti, potrebbero essere ora costretti alla resa davanti ad un’ordinanza del giudice federale. Meno entusiasta invece ovviamente l’organizzazione Public Knowledge, che ha espresso dubbi sulla legge vedendo in essa il rischio che si possa venire a creare una sorta di black list di siti non graditi agli alfieri del copyright, a prescindere dalle reali attività, includendo tra questi anche siti assolutamente innocenti, come potrebbe ad esempio essere un nuovo YouTube.

Al di là di queste considerazioni e del fatto che la proposta è appena all’inizio del proprio cammino e non è detto che arrivi mai alla firma finale, o quantomeno in questa forma, alcune considerazioni ci sorgono alla mente: come mai cioè, alla luce di dati oggettivi che abbiamo più volte riportato e che attestano danni del tutto marginali all’industria dell’intrattenimento, ci sia tutta questa veemenza nei confronti della violazione del copyright, come se fosse invece una questione centrale per l’economia del nuovo millennio e come mai non si riesca a fare una distinzione tra diritti economici e diritto universale alla cultura e alla libera circolazione di essa. Nel nuovo millennio sicuramente la circolazione del sapere in forma digitale rappresenta un campo di proporzioni vastissime, ci viene quindi il sospetto che l’industria voglia piantare saldamente i suoi artigli in questo ambito, pretendendone uno sfruttamento totale e selvaggio a proprio esclusivo vantaggio, esercitandovi un controllo rigido che non preveda altre forme di accesso al sapere, se non quello a pagamento. C’è di che meditare.

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