Singularity: quando i robot saranno più intelligenti di noi

Gadget e Hi-Tech     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Che ormai un po’ tutti nel mondo stiano studiando il cervello umano nel tentativo di replicarne il funzionamento non è un segreto e ce ne siamo occupati anzi più volte, ma il traguardo, finora, sembrava ancora remoto. Ora invece arriva, quasi a sorpresa, l’annuncio da parte dello scienziato americano Ray Kurzweil, nome di spicco del Singularity Institute di San Francisco che ha sfruttato i lavori del “Singularity Summit” tenutosi a metà agosto a San Francisco, per spiegare l’accelerazione di tempi rispetto alla data del 2045 che era stata da lui stesso prevista nel suo libro del 2005 “The Singularity is Near”.

Ma cosa ha determinato l’avvicinamento della possibile data in cui si verificherà una singolarità, ossia che un cervello artificiale superi in intelligenza uno umano? A spiegarlo è Kurzweil stesso: “La critica che viene rivolta al concetto di “Singularity” – ovvero al momento di sorpasso dell’intelligenza umana da parte di quella artificiale – è che la mente umana è troppo complicata e magica per essere copiata a tavolino”, lo sviluppo della tecnologia sullo studio del comportamento del cervello però sta invece mutando la situazione a straordinaria velocità. “La chiave di questo tipo di ingegneria” ha aggiunto, facendo capire che è questo il passaggio da cui ha dedotto l’accorciamento dei tempi “sta nella decodificazione della corteccia cerebrale che possiede 22 miliardi di neuroni e 220 trilioni di sinapsi”. A farlo potrebbe essere un super-computer dotato di un software capace di simulare i ragionamenti, software che ad ora non esiste ancora, ma a cui Kurzweil ritiene che siamo molto vicini. A sostenere queste tesi non è per altro solo Kurzweil, anche Dharmendra Modha, il ricercatore che guida il programma di computeristica cognitiva dell’IBM all’Almaden Research Center di San Josè, la pensa alla stessa maniera: “per almeno tre anni ancora non ci arriveremo, ma la direzione di marcia è intrapresa”. A dimostrarlo è il fatto che il supercomputer dell’IBM “Sequoia” punta a raggiungere la “velocità ritenuta necessaria, di 20 pentaflops al secondo, entro due o tre anni”. Anche Terry Senjnowski, capo del laboratorio di neurobiologia al Salk Institute di San Diego, sostiene che Kurzweil abbia ragione nell’affermare che “un codice di circa un milione di righe potrebbe bastare per simulare le attività di un cervello umano”; Kurzeil infatti lo spiega così: “Il disegno del cervello è contenuto nel genoma, che ha sei milioni di bit ovvero circa 800 milioni di bytes prima della compressione, ma può essere ridotto a circa 50 milioni di bytes e ciò significa che mezzo cervello è 25 milioni di bytes ovvero un codice da un milione di righe”. Essere a due o tre anni da questo traguardo non significa però ancora arrivare alla Singularity, che potrà essere raggiunta solo aggiungendo addestramento e conoscenza alla mente artificiale. Da qui la previsione che potrebbero servire sette o otto anni in più, puntando a tagliare quindi lo storico traguardo nel 2020.

Non tutti però concordano su questa visione; ad esempio David Shenk, studioso di genetica e autore di “The Genius in All of Us”, sostiene che alla base del ragionamento di Kurzweil ci sia un errore dovuto a un’errata conoscenza biologica, in quanto il disegno del cervello non sarebbe contenuto nel genoma, il suo funzionamento invece si creerebbe negli anni sulla base dell’interazione fra le cellule ovvero di una materia della quale si sa ancora assai poco.

Chi abbia davvero ragione in questa disputa non è dato saperlo, ma resta la certezza che tra dieci, venti o più anni, prima o poi la Singularity si manifesterà, è solo questione di tempo e di conoscenze.

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