In Brasile si studia per legalizzare il file sharing

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Condividere o non condividere, questo è il problema, almeno all’interno dello scenario contemporaneo. Il diritto d’autore, così come lo conosciamo, è un’eredità di un’epoca precedente a quella digitale e all’avvento di Internet e, come tale, non è più in grado di rispondere a una serie di problema che la sempre maggior virtualizzazione dell’informazione e lo staccarsi dei contenuti da vettori concreti ha posto. Che dunque la tutela del copyright vada aggiornata è una questione scontata, sul come però non si è affatto d’accordo, anche per merito dell’azione spesso subdola delle grandi forze economiche che lo gestiscono e che hanno interesse a che tutto resti come ora.

Tuttavia qualche Stato più coraggioso c’è, ad esempio il Brasile. Dopo che in passato è stato spesso oggetto di bacchettate per via dell’atteggiamento giudicato troppo morbido nei confronti del file sharing (o pirateria, come elegantemente lo definiscono le major dell’intrattenimento multimediale, facendo di tutta l’erba un fasciole autorità brasiliane hanno deciso di aprire un dibattito pubblico sull’argomento, un modo di fare che si chiama democrazia, ma che sulle nostre sponde è sempre più dimenticato.

Alla fine di questo periodo di pubblica consultazione le proposte più sensate che sono state avanzate e che ora il Governo dovrà valutare se prendere in considerazione, sono due: la prima, promossa dal centro di studi sul copyright dell’Università di Rio de Janeiro in collaborazione con il gruppo di ricerca sulle policy pubbliche per l’accesso all’informazione (GPOPAI) dell’Università di San Paolo, prevede una sostanziale legalizzazione di tutto il file sharing svolto senza fini commerciali, semplicemente applicando a monte una piccola tassa (si parla di 1,50 €) sull’accesso alla banda. La seconda ipotesi, che resta invece più nel solco della tradizione, portata avanti non casualmente da un gruppo di accademici, musicisti e rappresentanti dell’industria, prevede invece semplicemente di abbassare la durata del copyright dagli attuali 70 a 50 anni dalla morte dell’autore.

Non sappiamo se e quale delle due soluzioni sarà presa in considerazione, ma una cosa è certa e cioè che dal Brasile arriva una grande lezione di democrazia e modernità che, speriamo anche se probabilmente un po’ invano, possa un girono approdare anche nel nostro vecchio, vecchio continente.

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