Il P2P non danneggia l’industria discografica

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Peer to peer: dall’inizio di questo decennio croce e delizia del Web, motivo di scontro tra netizen e industria dell’intrattenimento, con i primi che vedono il P2P come un prestito personale tra due persone (se presto un libro a un amico, o un CD, è reato?) e i secondi che sostengono, da Napster in poi, che chi usa tali programmi li stia pesantemente defraudando. Ma i dati che dicono? Quelli (pochi e poco analizzati) forniti dai diretti interessati sembrerebbero dargli ragione, m a di studi indipendenti e molto più seri ne sono già stati fatti molti, tra i quali alcuni commissionati dal Governo americano proprio per avere una base oggettiva su cui prendere eventuali future decisioni e tutti hanno sempre ampiamente dimostrato il contrario. Ora, per gli scettici irriducibili, arriva anche una tesi di laurea, giudicata uno dei lavori più approfonditi e completi di sempre sull’argomento.

Due studenti della Norwegian School of Management hanno infatti presentato il loro lavoro di tesi, con lo scopo di analizzare i diversi effetti del file sharing illecito sugli effettivi profitti di case discografiche e singoli artisti. Allo scopo hanno dunque analizzato i differenti flussi economici dell’intera industria musicale locale negli ultimi dieci anni, a partire dall’anno 1999.

Il primo dato che emerge è che la crescita sarebbe stata – al netto dell’inflazione – del 4 %. Più significativa ancora però è l’analisi dei vari flussi di reddito degli artisti norvegesi nel loro insieme: Dal 1999 al 2009, la crescita dei profitti è stata infatti del 114 % circa, con ogni singolo artista locale che avrebbe guadagnato globalmente il 66 % in più nel decennio indicato. Ma l’osservazione più interessante è un’altra e cioè l’incidenza della vendita di dischi sull’aumento di tali guadagni, che non è molto alta, andando da appena il 9 % del 1999 a poco meno del 50 % nel 2009. Il 37 % degli artisti norvegesi avrebbe infatti basato più del 50 % dei propri guadagni sui live e non sulla vendita di dischi.

Un’evidenza che porta a due considerazioni. La prima, ovvia, è che i danni tanto strombazzati dall’industri discografica sembrerebbero inventati o quasi, la seconda è più interessante e riguarda la crescita spropositata dell’industria discografica stessa, che è forse il vero problema. Agli inizi del secolo infatti i dischi non erano che una mera pubblicità per far conoscere gli artisti e spingere la gente ad andarli a sentire dal vivo, questo valeva per la musica classica, per il jazz e per il blues. Poi, man mano, questa produzione è diventata ipertrofica, fino a trasformarsi nell’attività principale, ma tutto ciò ha portato guadagni soprattutto all’industria stessa e non agli artisti, che ancora ricavano la maggior parte dei propri introiti dall’attività dal vivo, come sarebbe giusto che sia. Se quindi, a un certo punto, l’industria discografica si ridimensionasse, smettendo di invadere il mercato con centinaia di “artisti” fotocopia, puntando nuovamente sulla qualità e non sulla quantità dell’offerta e soprattutto tornando a usare i dischi come pubblicità per i live, forse molti problemi si risolverebbero da sé.

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