Esperti USA a confronto sulla privacy

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Ma insomma, sarà vero o no che alle giovani generazioni la privacy non interessa più? Partendo dalla famosa e discussissima affermazione di Mark Zuckerberg, negli Stati Uniti, a New York precisamente, un gruppo di esperti legali americani ha incontrato un gruppo di giornalisti europei, per discutere di privacy su Internet, delle differenze di atteggiamento tra generazioni e di quelle, più culturali, tra l’atteggiamento europeo e quello americano in materia legale.

“Non è affatto vero che i ragazzi di oggi non si curano della privacy, in realtà ne sono ossessionati; la differenza con le generazioni precedenti è che la loro privacy è più sociale e relazionale, magari meno preoccupata delle intrusioni del governo e più di quelle di genitori e insegnanti”, questo, in sintesi, il pensiero del professore di giurisprudenza persso la New York Law School James Grimmelmann. I ragazzi in realtà farebbero “continue valutazioni di cosa nascondere e cosa rendere pubblico, soppesando i benefici dello sharing e i costi della perdita di privacy. Creano finti profili, finti nomi, finte età e tante piccole bugie per proteggersi da occhi indiscreti. Quando si torna da una festa, ormai la prima cosa da fare è andare a “untaggare”, ovvero togliere le targhette identificative da tutte le foto pubblicate da chi era a quella festa”.

Riguardo invece alle incomprensioni legislative tra USA ed Europa in materia invece parla Lisa Soto, socio dello studio legale Hunton and Williams che fa consulenza sulla privacy per le maggiori multinazionali americane Esse deriverebbero fondamentalmente da una diversa concezione della privacy in sé: “diritto umano inalienabile” per gli europei – che hanno vissuto epoche buie di dittature che si intromettevano brutalmente nella loro vita privata – contro un atteggiamento forse più “laico” degli Usa: “Qui non temiamo l’uso dei dati come da voi, non esiste una legge onnicomprensiva di rispetto della privacy ma molte leggi settoriali che vengono applicate in modo efficace”.

E proprio da questa applicazione contestuale delle leggi ci si può collegare nuovamente al primo argomento: a farlo è sempre Grimmelmann, forte del suo passato di programmatore per Microsoft, che propone un modello modulare. “Anzitutto obbligare le piattaforme a regole più chiare: anche gli utenti che si ritengono più “avvertiti” non riusciranno mai a sapere fino in fondo come e quanto quel che mettono sul proprio profilo si diffonderà. Occorre però anche che le informazioni condivise vengano considerate nel contesto del social network: una campagna di donne per la lotta contro il cancro al seno si basava sulla pubblicazione del colore del proprio reggiseno. Questa informazione, se usata fuori dal contesto di Facebook ad esempio come semplice commento da parte di un datore di lavoro, sarebbe causa di molestia. L’informazione era “disegnata per il contesto sociale di Facebook: quel che è accettabile in un contesto diventa una violazione di privacy in un altro”. Questo giustificherebbe a un tempo l’atteggiamento “contestuale” dei ragazzi e la mancanza di una visione d’insieme degli USA in ambito legislativo; non sarebbe possibile infatti trovare una chiave di lettura univoca del problema, perché esso va visto contesto per contesto, caso per caso.

Insomma è ovvio che nuovi strumenti modifichino i nostri atteggiamenti e le nostre idee, producendo nuove forme culturali e nuovi modi di sentire, ma non bisogna nemmeno pensare che la cosa sia radicale: semplicemente la nostra sensibilità comprende i nuovi strumenti e si plasma su di essi: non insensibilità alla privacy quindi, caduta totale dei limiti tra personale e sociale come conseguenza dell’emergere delle reti sociali, ma sviluppo di nuove forme di applicazione dei vecchi valori al nuovo strumento.

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Un commento

  1. Wave

    bisogna creare un agenzia di controllo internazionale della privacy,
    con leggi molto più severe delle attuali.
    non è possibile che il nome di ogni cittadino sia schedato in almeno 20 server,
    senza nessun consenso, e i dati non siano accessibili al soggetto stesso.

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