Esperti UE: direttive sulla privacy da rifare

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Privacy, ancora una volta. Del resto in un mondo profondamente trasformato dall’avvento di Internet è normale che tutte le vecchie categorie di pensiero e, di conseguenza, tutte le leggi che regolamentavano determinati ambiti, siano rapidamente invecchiate, divenendo obsolete. La privacy è uno di questi settori che necessiterebbe di riforma e uno di quelli invecchiati peggio: attualmente le leggi non sono adeguate ai nuovi strumenti tecnologici e al loro progresso e non riescono quindi a garantire la privacy dei cittadini ed è esattamente quanto sostenuto anche dal gruppo di lavoro Articolo 29, che si occupa appunto della privacy su Internet e dei rapporti tra i dati sensibili dei netizen e gli ISP.

L’avevano già detto nel 2005 e ora tornano a ribadirlo: la direttiva europea sulla conservazione dei dati, la cosiddetta Data Retention, è inadeguata e inoltre molto spesso viene applicata illegalmente, gestendo i dati con modalità inaccettabili rispetto al diritto alla riservatezza dei cittadini che usano la Rete.
Tale Direttiva è entrata in vigore nel 2006 e prevede che provider e fornitori di servizi di telecomunicazioni operanti sul Vecchio Continente conservino le informazioni e le comunicazioni degli utenti per un periodo compreso tra un minimo di 6 mesi e un massimo di 2 anni. Stando però al rapporto di Articolo 29 operatori e provider violano in maniera sistematica queste limitazioni, col periodo massimo che raggiunge anche i 10 anni contro i 2 previsti dalla Direttiva approvata dalla UE. Inoltre anche il tipo di informazioni collezionate spesso sarebbe illegale: la Direttiva infatti specifica limiti espliciti su quali dati possono essere raccolti e archiviati, ma in realtà si fa incetta tra URL visitate, header di messaggi di posta elettronica e destinatari delle mail; inoltre gli operatori raccoglierebbero monitorandoli attivamente, altri dati sensibili, vietati dalla Direttiva, come ad esempio la posizione di chi avvia una chiamata cellulare, mentre gli stati membri non forniscono sufficienti statistiche sull’utilizzo della data retention per valutare l’estensione e l’utilità effettiva della pratica.

Le critiche sull’attuale normativa comunque non arrivano soltanto da Articolo 29: recentemente una coalizione di 100 organizzazioni europee tra cui Electronic Frontier Foundation ha chiesto alla UE di abolire la pratica obbligatoria di conservazione dei dati sulle comunicazioni degli utenti e i membri della Commissione hanno rassicurato le associazioni circa la volontà di valutare l’efficacia della data retention e l’impatto sui diritti fondamentali dei cittadini europei. Insomma, non c’è dubbio che occorre ripensare il tutto e che c’è bisogno di nuovi strumenti, più adeguati alle nuove sfide e ai nuovi problemi che i nuovi media impongono all’attenzione.

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