Plato: l’origine dimenticata di molte tecnologie

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Quasi tutti ormai, penso sappiano di Arpanet, il progetto militare, poi universitario, alla base dell’attuale Internet; ma c’è stato un altro progetto, che compie 50 anni in questi giorni e, forse, ancora più decisivo in quanto motore dello sviluppo di tante cose oggi di uso comune in ambito tecnologico, che è stato invece del tutto dimenticato: il suo nome era PLATO.

PLATO (Programmed Logic for Automated Teaching Operations) nasce nel lontanissimo 1960 come sistema educativo informatico, nell’ambito di quella Guerra Fredda che si combatteva su tanti fronti, non solo militari: Il governo statunitense infatti, in competizione con le eccellenze formative sovietiche, si preoccupava di colmare il gap educativo e di garantire alle nuove generazioni postbelliche un’istruzione adeguata. Fu deciso quindi di usare la tecnologia stessa proprio per assistere la fase di apprendimento, una sorta di antenato dell’e-learning. Plato fu quindi implementato per la prima volta nel computer ILLIAC dell’Università dell’Illinois e, dal 1976, anno in cui divenne un progetto commerciale, fu reso accessibile dalla CDC, l’azienda che lo produceva, a istituti di medie superiori, militari e altre strutture didattiche in dozzine di città sparse su tutto il globo. Il tutto funzionava come una rete, ossia grazie a potenti mainframe collegati a terminali: una sorta di internet e infatti Brian Dear, curatore del principale sito celebrativo, ricorda che “Per quasi dieci anni, c’erano più utenti PLATO che Arpanet”.

Ma se la paternità del Web è quindi contemporanea e da ascriversi ad entrambe le strutture, molte altre invenzioni sono interamente frutto del progetto dimenticato. Proprio la necessità di impartire corsi ad allievi che non fossero esclusivamente studenti d’ingegneria stimolò infatti la necessità di un approccio meno ostico: i terminali furono dotati nei primi anni ’70 di schermi ad altissima risoluzione per l’epoca (512×512 pixel), capaci di grafica vettoriale nativa, di periferiche in grado di generare sonoro (un sintetizzatore a quattro canali audio e uno vocale) e capaci di una multimedialità tutt’altro che rudimentale. La generosa potenza di calcolo e il fenomenale comparto audiovisivo (ovviamente per l’epoca), la facilità di sviluppo e soprattutto la frubilità estesa anche a persone non del settore diedero così vita a una serie di applicativi anticipatori di molti servizi Web attuali, come newsgroups, chat (1974) o instant-messaging (1973), giochi spettacolari in 2D e 3D, antenati di Microsoft Flight Simulator e Doom, il concetto di multiplayer (1974) e addirittura i monitor al plasma di tipo touchscreen (1964).

La disponibilità di home computer a inizio anni ‘80 mise però in crisi il progetto; la casa produttrice cercò di sfruttare la situazione a proprio vantaggio, trasformando i PC dell’epoca in terminali remoti tramite modem e un porting del software di comunicazione su TI99/4A, Atari ad 8 bit, TRS-80 e IBM-PC, ma purtroppo le difficoltà erano superiori ai vantaggi: la risoluzione troppo ridotta dei monitor casalinghi, la tariffa di 50 dollari l’ora per la connessione al mainframe centrale (da sommarsi alle già non troppo amichevoli bollette telefoniche) rendevano proibitivo l’uso hobbistico e l’offerta Homelink che ridimensionava i costi ad una ben più ragionevole richiesta di 5 dollari per 60 minuti arrivò troppo tardi. Plato dunque scomparse dalla vita quotidiana, sopravvivendo esclusivamente in ambito accademico e nelle reti interne di alcune grandi aziende, notoriamente molto caute verso le migrazioni ad altri sistemi, fino al 2006, anno in cui fu spento anche l’ultimo modello su cui era installato.

Ora la memoria di chi sia stato così fortunato da provarlo (ad esempio Ray Ozzie, Lotus Notes, oggi a Microsoft e Phil McKinney, vicepresidente e CTO alla HP), rivive solo grazie a Cyber1, un emulatore online, e a “The friendly orange glow”, libro in uscita tra qualche mese.

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Un commento

  1. Davide

    Non lo conoscevo!

    Grazie all’autore per l’articolo.

    Davide

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