Immortalità digitale?

Gadget e Hi-Tech     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Se noi siamo davvero ciò che ricordiamo, ossia la somma del nostro bagaglio esperenziale raccolto in una precisa forma fisica, è normale che l’idea della morte ci turbi: come diceva infatti il replicante di Blade Runner prima di spegnersi “e ora tutti questi ricordi andranno persi, come lacrime nella pioggia”. E’ infatti assai disturbante pensare che il vissuto di un’intera esistenza di diverse decine di anni possa svanire nel nulla in pochi istanti una volta che il supporto biologico di questi ricordi giunga al suo naturale esaurimento. Al fine di scongiurare queste paure ataviche l’umo ha sempre sognato di potersi tramandare in qualche modo. La cosa più ovvia sono i figli, a cui noi lasciamo parte del nostro patrimonio genetico e, si spera, insegniamo i valori in cui abbiamo creduto in vita. Ma a molti potrebbe non bastare, in quanto i figli non sono repliche di noi stessi, ma evoluzioni e variazioni sul tema. Ecco allora fiorire in giro per il mondo tutta una serie di progetti.

Negli anni novanta il mito dell’immortalità ha viaggiato a lungo con le speranze di clonazione. Creare una nostra copia fisica perfetta però non risolveva il nodo fondamentale e cioè che comunque questo clone avrebbe dovuto crescere e in ogni caso le sue esperienze sarebbero state irrimediabilmente diverse da quelle dal donatore originale, per cui, in ultima sintesi, si sarebbe trattato di due persone del tutto diverse.

A ravvivare invece i sogni di quanti sperano di potersi perpetrare nel futuro c’è ora la virtualità, che si muove su due livelli, al momento separati: il primo riguarda il ricostruire la nostra memoria, il nostro bagaglio esperenziale, il secondo invece riguarda il ricostruire l’aspetto e soprattutto l’espressività e i movimenti idiosincratici, che ci rendono unici e riconoscibili. Su entrambi gli aspetti ci sono molti progetti in corso. Ad esempio Lifenaut o CyBeRev propongono complessissimi questionari (dedicandovi un’ora al giorno sono necessari cinque anni per rispondere a tutto), integrabili con fotografie taggabili, video e testimonianze di amici e parenti, per ricostruire una sorta di database relazionale dei nostri ricordi ed esperienze. Project Lifelike e Image Metrics invece si stanno occupando di ricostruire credibilmente modelli digitali di persone vere, tentando di trovare metodologie per riprodurre le più minute sfaccettature di ogni espressione e specialmente quelle caratterizzanti di una persona.

Un giorno forse, sarà poi possibile mettere entrambe le cose assieme e riprodurre un’immagine tridimensionale di noi stessi, in grado di interagire con i nostri pronipoti. Ma i dubbi sui limiti di un’operazione del genere secondo il mio modesto parere superano i vantaggi potenziali e non sto parlando dei soliti temi etici, pur fondamentali, di questo tipo di operazione.

Anzitutto, a livello esistenziale, credo che la cosa non risolva affatto il problema da cui siamo partiti, ossia la paura di svanire nel nulla con la morte. Infatti, dal momento in cui ogni essere esiste egli è ontologicamente separato dagli altri e allo stesso modo quindi noi resteremmo separati emotivamente dalla nostra copia digitale, per cui sapere che essa ci sopravviverà, pur con tutto il nostro bagaglio di vissuto, non credo costituisca una consolazione di qualche tipo: la consapevolezza che NOI chiuderemo gli occhi per sempre non può infatti essere risolta dal duplicarci. Una soluzione sarebbe riversare la nostra consapevolezza direttamente in un altro contenitore, non farne una copia.

Il secondo problema riguarda poi il fatto che noi non siamo semplicemente la somma dei nostri ricordi e del nostro vissuto, ma piuttosto il risultato di come ciascuno di noi rielabora quel materiale. Noi siamo il frutto delle complesse interrelazioni che creiamo all’interno di quel materiale e queste dipendono da fattori esterni come l’ambiente, l’educazione, gli incontri della nostra vita etc. e non credo che sia molto facile ricostruire i rapporti complessi tra ricordi ed esperienze, per cui un database del nostro cervello potrebbe davvero costituirne una riproduzione?

Infine un’ultima obiezione: questo avatar sarebbe statico, ossia non in grado di evolversi mentalmente oltre quello che è al momento in cui viene creata una copia. Come sarebbe allora possibile interagire con lui in maniera davvero credibile? Come si può pensare che, dopo 200 anni, esso sia anche solo in grado di comprendere i nuovi esseri umani che si troverebbe di fronte e interagire con loro? Se il nostro io non potesse espandersi ed evolversi ciò non sarebbe possibile ed infatti potrebbe proprio essere ciò che potrebbe succedere: copie inutili che guardano imbambolate un futuro che non sono più in grado di comprendere in quanto non in grado di evolversi, essendo meri database racchiusi in una proiezione olografica che riproduce il nostro spetto.

A quanto pare insomma non c’è una facile scappatoia dalla nostra irrimediabile morte fisica e di certo queste ricerche, pur interessanti, non rappresentano che una blanda panacea alla nostra inquietudine esistenziale.

Condividi su:
  • Segnalo
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks
  • Live
  • Facebook
  • MySpace
  • LinkedIn
  • Technorati
  • Digg
  • del.icio.us
  • Print this article!
  • E-mail this story to a friend!
Articoli correlati:

2 Commenti

  1. micro

    Probabilmente la nostra coscienza è nello stato quantistico,
    e sotto certe condizioni può essere trasferita su silicio o altro ambiente favorevole.
    ma visto e considerato che l’umanità si stà evolvendo verso una generazione
    di intransigenti fancazzisti ottusi, meglio non replicarci e non inquinare altri mondi.
    In realità, questionari e vita virtuale sono utilizzati per spiare ogniuno di noi,
    una volta c’era la confessione cattolica, oggi c’è internet.

  2. Cyber-Boy

    Micro mi hai letto nel pensiero! Per quanto l’immortalità sia il più grande traguardo che l’uomo possa raggiungere oggi come oggi è meglio che gli sia sempre più vietata! Non abbiamo Leonardo da Vinci, non abbiamo Gandhi, non abbiamo Aristotele ma abbiamo Paris Hilton, abbiamo Fabrizio Corona, abbiamo Berlusconi… meglio che concludano il loro ciclo vitale nel più breve tempo possibile senza speranza di ritorno!

Lascia un commento

*
To prove you're a person (not a spam script), type the security word shown in the picture. Click on the picture to hear an audio file of the word.
Click to hear an audio file of the anti-spam word

Tema & Icone by N.Design Studio – modificato da Terry Labunda
Entries RSS Comments RSS Collegati