I dati sulla pirateria sono gonfiati

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Ma la pirateria danneggia davvero il sistema economico basato sull’amministrazione del diritto d’autore? E, se lo fa, quanti danni procura? Davvero quanti ne dichiara l’industria dell’intrattenimento? Evidentemente alla Commissione del Commercio Internazionale del governo degli Stati Uniti la versione dei fatti e dei dati fornita si qui dalle major non dev’essere sembrata esaustiva e deve aver dato la sensazione di lasciare aperte ancora molte domande. Per questo motivo sono stati convocati a testimoniare esperti neutrali, ossia docenti di varie Università americane, per sentire il loro parere sulla situazione e sui numeri della RIAA: le reazioni sono state varie, ma tutte univoche.

Ma su quali dati le major dell’intrattenimento hanno scatenato da qualche anno a questa parte la loro gigantesca campagna mondiale e intimidatoria sulla questione del diritto d’autore, la sua protezione a tutti i costi, anche contro i più elementari diritti civili dei cittadini e l’ammontare reale dei danni, esercitando pressioni enormi sui governi di mezzo mondo con risultati come quelli delle leggi promulgate dai governi francese e, recentemente inglese, o sulla nascita dei trattati segreti mondiali conosciuti come ACTA? Quasi sul nulla, su dati molto scarsi, gonfiati ad arte. Questo sarebbe il verdetto senza appello di tutti gli esperti convocati dal governo statunitense.

Ad esempio per Fritz Foley, professore della Harvard Business School, l’assunto secondo cui una copia equivale a una vendita persa è “un po’ folle”, così come la pretesa che chi “pagherebbe un piccolo prezzo per un prodotto piratato sarebbe il tipo di consumatore disposto a pagare una somma che è 6 o 10 volte quella di un prodotto reale”. “Attenzione a usare le informazioni che vi forniscono le multinazionali”, ha continuato ancora Foley, “immagino che abbiano un incentivo per far sembrare le perdite molto, molto estese”. Il professore Daniel Chow, della Ohio State University, ha aggiunto a queste considerazioni che, per avere una reale idea delle dimensioni del problema, la Commissione federale dovrebbe pressare le major affinché queste forniscano molti più dati di quei pochi sin qui propagandati come prova definitiva.

Molte delle critiche evidenziate dagli esperti chiamati a testimoniare a Capitol Hill in materia di pirateria insomma riprendono quelle già espresse in precedenza dal Government Accountability Office e di cui vi avevamo già parlato, che infatti facevano riferimento a dati incerti, effetti negativi tutti da provare e possibili ricadute positive da tenere in debita considerazione.

Insomma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, questa sarebbe l’ennesima prova che, lontane dal voler proteggere la creatività, poco o niente minacciata dalla pirateria, le major stanno solo cercando disperatamente di proteggere i proprio interessi economici lobbistici, basati su un modello di business obsoleto a cui però non vogliono in alcun modo rinunciare.

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Un commento

  1. BROAD

    La mia faccia mi appartiene, è mia, voglio i diritti di coopyright per
    ogni telecamera che mi filma, non faccio l’attore aggrattisss !
    (comprese telecamere della security, e di pubblico spionaggio)

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