il governo italiano e l’autoregolamentazione della rete: protezione o bavaglio?

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

la “bozza definitiva” del “codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona sulla rete Internet”, destinato agli Internet provider italiani è stato presentato dal ministro degli Interni Maroni, che lo ha scritto e dal viceministro alle Comunicazioni Romani. Obiettivo dichiarato, quello di preservare la dignità dei cittadini, ma strumenti e modalità, in puro stile italiano, non sono affatto chiari e possono significare tutto e il contrario di tutto, anche censura.


Chissà quante altre volte ancora potrò esprimere liberamente opinioni come queste su Internet in Italia e quante volte ancora voi potrete leggermi e anche esprimere, in totale libertà, il vostro eventuale disaccordo, senza veder sparire in tempi brevi post e relativi commenti. Non sono catastrofista né complottista, ma questo è uno degli scenari possibili e plausibili, come capirete anche voi tra poco, ma procediamo con ordine.

L’idea era stata avanzata da alcuni mesi dalla maggioranza, nel frattempo è stata cancellata la dicitura “Internet mi fido”, nome con cui era conosciuta l’iniziativa, da questa bozza definitiva, ma l’intento appare ancora essere il medesimo, ossia quello di costituire una sorta di “bollino” di garanzia per gli spazi online che attesti la “garanzia di rispetto dei principi fondamentali della libertà, contro l’uso malevolo delle informazioni e dei contenuti diffusi”. Alt, ma che significa? Detto così pare sacrosanto e giusto, ma in realtà si tratta di uno scatolone vuoto concettualmente, dentro cui ci si può mettere tutto. Il Governo dice che è un modo per assicurare gli utenti che i contenuti non incitino “all’odio, alla violenza, alla discriminazione, ad atti di terrorismo, o che offendano la dignità della persona, o costituiscano una minaccia per l’ordine pubblico”, uno sforzo per conciliare “la salvaguardia della sicurezza pubblica, la dignità della persona e il suo diritto alla privacy e alla riservatezza”. D’altronde per il Governo italiano è “essenziale che sia assicurata da parte dei soggetti che vi operano, a titolo imprenditoriale o meno, un’azione di vigilanza sulla Rete che renda possibile, a seguito delle segnalazioni opportunamente ricevute, un controllo ex-post dei contenuti, veicolati o ospitati, al fine di garantire la liceità degli stessi ed il pieno rispetto della dignità umana, il rifiuto di ogni forma di discriminazione” e l’autodisciplina è ritenuto il mezzo più efficace per ottenere tutto ciò… si ma cosa? Chi deciderà cosa costituisce un attacco alla dignità della persona o una minaccia per l’ordine pubblico? Chi garantirà e controllerà la liceità dei contenuti, decidendo se sono appropriati o vanno rimossi? Secondo quali criteri? Non è dato saperlo, ma sappiamo che il tutto si baserà su segnalazioni e non sull’operato della magistratura e questo è già di per sé preoccupante: cosa succederà affidando le segnalazioni al giudizio soggettivo delle persone? Segnaleremo come illecito tutto ciò su cui non concorderemo? La critica, lecita ed argomentata, al potere costituito sarà ancora permessa o ci si metterà la museruola perché minacciamo “l’ordine costituito”?
Pare proprio che al Governo italiano la libertà di Internet non piaccia e voglia in qualche modo assoggettarla a una qualche forma di controllo; scartata quindi l’ipotesi dello scontro frontale, destinato a fallire, si è forse scelta la strada dell’accerchiamento e della conquista silenziosa, in stile commando: una piccola spedizione, rapida e veloce, che non faccia rumore e non susciti dissensi tra gli addetti ai lavori e gli utenti.

L’adesione comunque, in qualità di strumento di autoregolamentazione, resta volontaria, sarà dunque il valore che gli attribuiranno utenti e operatori a garantirne il successo o decretarne la sconfitta, ma chi volesse aderire avrà degli obblighi: per i Web service provider ad esempio ciò significherebbe l’obbligo di “rimuovere tempestivamente i contenuti illeciti adottando procedure che garantiscano l’effettività di tale tutela”, mettere a disposizione (chiaramente e direttamente) “un apposito link a modelli di segnalazione e di reclamo” e garantire la trasparenza in tutte queste operazioni in modo da escludere ipotesi di censura su segnalazioni non corrette, inoltre loro compito sarà anche inserire le regole del Codice nelle condizioni generali sottoposte agli utenti. Per gli access provider che decideranno di aderirvi, invece, il principale impegno sarebbe quello di assicurare una “tempistica collaborazione con le autorità giudiziarie e le forze di polizia” qualora necessario.

Insomma, delazione e liceità di giudizio sembrano essere, alla fine, le regole cui il Governo chiederebbe di aderire volontariamente per regolamentare Internet. Inutile dire che noi speriamo anzitutto in una revisione, in sede di discussione, della bozza definitiva prima che diventi legge e poi, in caso dovesse passare così com’è, in un fallimento della stessa, operato proprio dalle scelte di non adesione da parte di provider e utenti; Internet è l’ultimo strumento di discussione libera che abbiamo, non lo perdiamo.

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Un commento

  1. way

    il web ora come ora è il selvaggio west.
    ai legislatori invece interessa solo poter pilotare le opinioni.
    direi che in entrambi i casi l’inizio è sbagliato.

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