Sentenza per il caso Vividown: 3 condanne

Web e Business     Autore: Luigi Mango Aggiungi un commento

A fine novembre 2009, i PM Alfredo Robledo e Francesco Cajani del Tribunale di Milano, durante il processo con rito abbreviato a carico di quattro dirigenti (all’epoca dei fatti) di Google imputati nel caso Vividown, chiesero condanne per un anno di carcere per tre dei quattro imputati e sei mesi per il quarto; la sentenza è arrivata oggi e, seppur inferiore a quanto chiesto dai PM, segnano un caposaldo, un precedente legale che di certo merita qualche considerazione.

google logo

Facciamo un passo indietro, nel 2006 alcuni studenti minorenni di un istituto scolastico torinese girarono un filmato amatoriale, poi messo online su Google Video, in cui veniva preso di mira e sbeffeggiato un ragazzo affetto dalla sindrome di down. Il video fu pubblicato nel settembre 2006 e rimase visibile sino a novembre dello stesso anno, data in cui fu rimosso dopo una denuncia presentata dal padre del protagonista del video  all’associazione Vividown. Quanto accaduto portò alla denuncia per concorso in violazione della privacy e diffamazione di quattro dirigenti (all’epoca dei fatti) di Google Italia ovvero: David Carl Drummond, George De Los Reyes (ormai in pensione), Peter Fleischer e Arvind Desikan.

La sentenza, come accennato, è giunta oggi, sono stati inflitti 6 mesi di reclusione a tutti gli imputati tranne che a Arvind Desikan, mentre l’accusa di diffamazione è caduta per tutti i dirigenti. Secondo il Tribunale di Milano, il trattamento dei dati personali deve ricadere sotto la responsabilità del gestore del sito, che ha l’obbligo di informare l’utente sulle condizioni del trattamento dei dati sensibili.

Come accennato all’inizio, questa sentenza, anche se verrà impugnata dagli avvocati Giuliano Pisapia e Giuseppe Vaciago, che hanno affermato che «non è passato il principio sostenuto dai PM, ovvero quello dell’obbligo di una censura preventiva sui contenuti pubblicati in rete», farà discutere nei prossimi mesi, ed infatti il commento di Google è stato «Sentenza sorprendente che mette in discussione principi fondamentali di libertà dal momento che i nostri dipendenti sono stati condannati dal giudice per atti commessi da terzi».

E’ altresì importante sottolineare che il fatto che non sia passato il principio della censura preventiva non ci deve lasciare tranquilli, perché, come  ha spiegato l’avv. Pisapia (il legale di Google) a Punto Informatico:

“non è affatto possibile escludere – Pisapia si augura non sia così, ma non lo si saprà precisa prima dei novanta giorni necessari alla deposizione degli atti – che a Google si contesti la non applicabilità della direttiva sull’e-commerce (o l’applicabilità in forme diverse)”.

Gli operatori in rete sono tendenzialmente preoccupati, se questa sentenza dovesse essere confermata  nei giudizi superiori, siti come YouTube sarebbero obbligati a vagliare ogni singolo contenuto immesso in rete, ricadrebbe quindi sui gestori dei portali l’onere di controllo di quanto pubblicato. Cosi facendo non è chiaro, ne è prevedibile, la strada che potrebbe imboccare la Rete, almeno nel nostro Paese, di certo la libertà di espressione potrebbe venirne meno. Fermo restando che episodi come quello che è alla base di questa condanna devono essere puniti, il problema è ora cercare di capire chi deve controllare e come farlo.

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7 Commenti

  1. move

    Prima di tutto andrebbero perseguiti gli autori materiali delle violenze,
    con l’aggravante della diffusione a mezzo internet.
    Il provvider da parte sua dovrebbe controllare ciò che pubblica,
    con l’ausilio di censori e moderatori.
    Se nelle scuole venisse istituito un posto di PS non sarebbe sbagliato.

  2. Jack

    Ognuno deve essere libero di poter pubblicare quello che vuole, se poi viola la legge deve risponderne l’autore e non la società che ospita.. Con censori e moderatori finiamo peggio della Cina.

  3. connect

    Usa docet, togliamo le telecamere dalla guerra, che sembra più pulita.
    Massima condanna e disprezzo solo per gli autori materiali delle violenze,
    gli insegnanti spesso e volentieri hanno paura di intervenire.

  4. Luigi

    Move, fisicamente come farebbe un sito come YouTube a controllare di persona ogni contenuto immesso sul portale?

  5. move

    Se da un lato è impossibile controllare tutti gli upload, dall’ altro è anche corretto
    garantire una forma di controllo, almeno per i reati più gravi.
    così come la farmacia non vende liberamente tutte le medicine,
    rimettendo la responsabilità solo al cliente, lo stesso dovrebbero fare i provvider.
    Nei casi gravissimi di palese reato dovrebbero segnalare il problema all’ autorità competente.
    Ovviamente “qualcuno” (sono sicuro) vorrebbe far passare per reati gravissimi
    l’upload di canzoni e filmini, giusto per difendere i propri interessi personali.. LOL

  6. van

    ricordo che queste grandi società vengono valutate miliardi di dollari…
    fonte : http://it.wikipedia.org/wiki/YouTube

  7. werwolf

    move, su youtube vengono postate 20 ore di video ogni minuto, in centinaia di lingue e dialetti differenti. inoltre le leggi sono diverse da stato a stato, quindi questi “censori e moderatori” dovrebbero essere prima di tutto in numero estremamente elevato, poi dovrebbero conoscere Tutte le lingue del mondo, tutte le leggi stato per stato, e dovrebbero essere in grado di dare giudizi imparziali (quest’ultima cosa è praticamente impossibile)
    il tutto, ipotizzando la totale onestà e imparzialità di questi censori verrebbe a costare una cifra talmente alta che obbligherebbe google semplicemente a bannare *.it sia in upload che in consultazione.
    La soluzione secondo me giusta era quella utilizzata precedentemente a questa sentenza, che prevedeva che google rimovesse i video quando gli venivano sengalati (ed è quello che ha fatto anche in questo caso).

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