Nel caso FAPAV/Telecom il Garante si schiera con gli utenti

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Sta per partire anche in Italia un processo storico per quanto riguarda la gestione della proprietà intellettuale nel nostro Paese al tempo di Internet. Il prossimo 10 febbraio infatti aprirà le porte il dibattito in aula riguardo la richiesta effettuata da FAPAV (Federazione Anti Pirateria AudioVisiva), che vedrà la stessa associazione da una parte e Telecom, le associazioni dei consumatori e il garante per la Privacy dall’altra.

Ormai la polemica monta da settimane sull’argomento, ma ora che siamo alle porte del dibattimento, che si terrà presso il tribunale civile di Roma, e che il garante per la Privacy, con una mossa a sorpresa, ha deciso di costituirsi anch’esso parte civile nel processo, assieme a Telecom e ad alcune associazioni di consumatori, il dibattito si fa scottante.

Il Garante della Privacy ha deciso di costituirsi quindi in giudizio, per difendere i diritti degli utenti italiani, come fece già in passato nel caso peppermint e allora, anche per l’intervento del Garante, l’industria del copyright uscì sconfitta dal confronto, ma gli interessi economici dell’industria dell’intrattenimento sono ora più forti che mai e recentemente ci sono state numerose vittorie, come quella recente in Cassazione, contro The Pirate Bay. “Anche noi ci costituiremo in giudizio, al fianco di Telecom Italia e degli utenti. L’industria del copyright ha fatto una cosa grave” ha affermato Paolo Nuti, presidente di Aiip, la principale associazione provider. Ma qual è il nocciolo della questione, cosa chiede FAPAV? Semplice: chiede che un giudice imponga a Telecom Italia due cose: di ostacolare le attività pirata dei propri utenti e di filtrare alcuni siti e, se Telecom non dovesse farlo, chiede che paghi 10 mila euro per ogni giorno di inadempienza. E Nuti spiega: “Mira a trasformare gli operatori Internet in sceriffi della Rete, a caricarli di una responsabilità, su quello che fanno i loro utenti. Ma è una posizione che minaccia i diritti della Rete, tutelati invece dalla direttiva comunitaria del commercio elettronico del 2003, dov’è ribadita la non responsabilità dei fornitori di servizi. Vediamo una serie di mosse contro questo diritto: anche nel decreto Romani, dove si abilitano le autorità a obbligare i fornitori a bloccare contenuti audio-video presenti su Internet”.

Insomma a quanto pare l’offensiva repressiva e indegna di Paesi civili scatenata in tutto il mondo dall’industria dell’intrattenimento e che fin’ora avevamo seguito solo da lontano nei vari casi di Francia, Regno Unito, USA e Paesi Scandinavi sembra sia definitivamente sbarcata anche a casa nostra, con la stessa virulenza, prepotenza e gli stessi modi subdoli già visti all’opera altrove.

“Secondo noi l’industria del copyright sta calpestando i diritti inviolabili degli utenti, nel caso FAPAV, in questo caso in modo ancora più grave che nella vicenda Peppermint: Fapav ha coinvolto molti più utenti e ha scavato più a fondo nelle loro attività”, dice Marco Pierani, responsabile rapporti istituzionali di Altroconsumo. Nel ricorso presentato da FAPAV al tribunale si legge infatti che sono stati monitorati “centinaia di migliaia” di utenti Telecom Italia e che di loro sono state scoperte due cose: quali film hanno scaricato e condiviso e persino su quali siti hanno navigato. “Secondo noi FAPAV non ha solo trasgredito le norme della privacy, ma anche il codice penale: per scoprire quelle cose ha violato il domicilio informatico degli utenti, reato punibile con carcere fino a sei anni”, dice ancora Nuti; in particolare “è grave la seconda azione, l’aver scoperto i siti degli utenti. Un’informazione che nemmeno l’operatore può conoscere”, si legge nella contro memoria depositata da Telecom per il processo, che respinge le richieste di FAPAV in quanto “basate su prove raccolte illegittimamente”. L’associazione avrebbe infatti scoperto i file condivisi dagli utenti tramite i servizi di CoPeerRight, azienda specializzata che è entrata sulle reti peer to peer con un proprio software di monitoraggio, ma è invece ancora un mistero su come abbia potuto conoscere i siti visitati:l’unico modo per ottenerla sarebbe infatti di introdurre un malware spia sui PC degli utenti, azione di vera e propria pirateria informatica. Il noto giornale Repubblica attende in merito la risposta di FAPAV già da due settimane, ma l’associazione resta silente.

Sinceramente non so proprio quali altre evidenze possano ancora cercare i sostenitori dei diritti dell’industria dell’intrattenimento di fronte a fatti di tale gravità: siamo spiati e controllati a nostra insaputa peggio che in uno stato dittatoriale, sono operazioni vicine alla censura di Paesi non democratici come la Cina e ora si pretende che a questo controllo sia data veste ufficiale. Cosa pretenderanno in futuro le major dagli utenti? L’incarcerazione? Multe inconcepibili come quella comminata a Jammie Thomas? Frustate e gogna sulla pubblica piazza? Pensano che la giusta protezione dei diritti degli autori si debba trasformare nell’amministrazione dispotica dell’accesso e della possibilità di fruizione delle opere, trasformando al circolazione libera del sapere e della cultura in un mercato oligarchico ricchissimo gestito da pochi a vantaggio di pochi?

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2 Commenti

  1. massimo

    Addirittura il garante della privacy a tutelare i ladri di opere protette da diritti d’autore…simao proprio il paese della banane!!!

  2. Fabio

    Addirittura la doppia tassa sul mancato introito e metodi di spionaggio associati ad azioni di oscuramento stile Cina/Iran
    Massimo questo è il vero paese della banane!!!
    Ah già ma forse tu 6 fra quelli che ha dei ritorni da tt cio!!!

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