Facebook fa causa ai siti che permettono la cancellazione dell’account

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Il 2010 dev’essere l’anno in cui Facebook, il maggior sito mondiale ed esponente di punta del cosiddetto Web 2.0 o sociale, ha deciso di venire allo scoperto e mostrarsi esplicitamente per quello che è: una macchina per fare soldi che tritura nei suoi ingranaggi gli interessi dei suoi utenti, senza andarci troppo per il sottile. Il 2009 era stato pieno di avvisaglie, i problemi sul livello di privacy insufficiente, gli accordi commerciali con altri soggetti per lo sfruttamento del proprio database o l’indicizzazione forzata delle proprie pagine senza l’autorizzazione degli utenti stessi, i vari ripensamenti a seguito delle critiche e la successiva implementazione di contentini vari, ma solo ad inizio anno le posizioni si stanno facendo finalmente chiare e nette: non abbiamo fatto in tempo a parlare ieri delle esternazioni del patron Zuckerberg sulla questione privacy, giudicata ormai un inutile residuo del passato, ed ecco che oggi ci ritroviamo ancora a parlare del sito che ha deciso di intentare causa ad altri siti, nati per permettere alle persone di cancellarsi in maniera facile e definitiva da un social network, senza lasciare dietro di sé i propri dati.

Un diritto assodato? Macchè, neanche per idea, pensavamo lo stesso riguardo alla privacy, ma proprio ieri Zuckerberg ci ha spiegato che no, ci sbagliamo, la privacy non è un valore in sé e che ormai se sul Web è consuetudine esporre qualsiasi brandello di interiorità e intimità agli occhi avidi del mondo deve andare bene così, sono semplicemente i costumi sociali che cambiano, sic et simpliciter, senza alcuna analisi critica del fenomeno. Questo ovviamente perchè fa gioco agli interessi aziendali mantenere l’andazzo. Ed ecco che oggi veniamo a sapere che i legali di Facebook sono al lavoro per portare in tribunale gli autori di due siti che hanno debuttato a dicembre, Seppukoo (da seppuku, il suicidio dei samurai giapponesi) e Suicide Machine, entrambi finalizzati ad aiutare i tanti (un numero sempre crescente su Internet) che hanno deciso di non voler più partecipare al Web falsamente sociale di questi anni e che quindi non vogliono lasciare i propri dati personali in giro per la Rete.

Cosa ci sarebbe di male in questo? Ma come, e Facebook e gli altri cosa venderebbero alle aziende di advertising se i loro database con tutti i nostri dati si assottigliassero sempre di più? Sarebbe un danno economico non accettabile, meglio convincere la gente che la privacy non è più necessaria, e anche nascondergli che i dati personali dovrebbero sempre essere propri e non di proprietà del sito di turno. Il tutto è molto chiaro nelle parole di Guy McMusker, art director e portavoce immaginario di Les Liens Invisibles, l’azienda dietro Seppukoo, che sostiene che le richieste di Facebook “sono ingiustificate e nascondono la volontà di mantenere una posizione di monopolio nel sistema dei network e, soprattuto, nella conservazione e gestione dei dati dati personali che l’uso di questo sistema consente di ottenere a chi lo gestisce. In realtà le informazioni che risiedono sul sito seppukoo.com ci sono state comunicate volontariamente e coscientemente dagli iscritti a Facebook che ne sono gli unici titolari e che devono poter disporre di queste come vogliono; devono dunque avere la facoltà di poterle condividere con chiunque, anche esterno a Facebook e senza le imposizioni di Facebook.”

Per il momento siamo ancora alle schermaglie legali che precedono una causa e un processo veri e propri, come evolverà la situazione quindi ancora non lo sappiamo, ma questo rischia di trasformarsi in un altro tormentone tecnologico e sociale, al pari delle battaglie sul copyright e noi saremo qui documentarlo per voi.

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Un commento

  1. Riky Oko Tan

    Il valore di un sito WEB 2.0 non sta nella qualntità di dati che detiene, questa semmai può trasformarsi in una miniera per malfattori di ogni specie. Il valore sta potere d’acquisto delle persone che lo frequentano e nel riconvertire la loro frequentazione del sito stesso in denaro sonante.

    Se ancora oggi si trovano direttori marcheting che si lasciano convincere a parare un tanto a click, altri si sono già votati al molto più pratico ed equanime pagamento per transazione conclusa, che replica, nel mondo virtuale, quello che è l’ormai consilidato ruolo del mediatore d’affari, o più semplicemente del dettagliante.

    Se le forme di commercializzazione dei prodotti sembrano innovarsi attraverso le nuove tecnologie, di fatto andando ad analizzare il contenuto innovatico ci si ritroverà di fronte a qualcosa di già visto in passato, semplicemente porta un nome più eso-tecnologico.

    Il potere di Google o Facebook è proporzionale all’ingenuità dei marketing managers più che all’ingenuità dei frequentatori di questi siti, e l’arroganza dei gestori dei siti non deve sorprendere.

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