Violazione del copyright? Si, da parte delle major!

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Non si fa che parlare d’altro ultimamente, tra HADOPI, pacchetto Telecom, caccia alle streghe ai presunti pirati dei Torrent etc. l’industria multimediale sembra davvero seriamente intenzionata a muovere una guerra mai vista contro tutto e tutti pur di difendere i propri proventi, ma adesso dal Canada giunge una notizia assai interessante, che potrebbe cambiare le carte in tavola e dimostrare che, forse, alle major non interessa poi tanto la protezione del principio del diritto d’autore, quanto la protezione dei propri utili. Proprio in questi giorni infatti è partita un’enorme class action contro i rappresentanti canadesi delle major Sony BMG, EMI Music, Universal Music e Warner Music, l’accusa? Violazione del copyright.

Ebbene si, è proprio questa l’accusa mossa ai distaccamenti canadesi di alcune delle maggiori etichette mondiali di musica, aver violato i diritti d’autore. In particolare si parla di circa 300mila brani, inseriti in diverse compilation o dischi dal vivo, sfruttandoli senza aver ottenuto lo specifico permesso da parte degli artisti. Tra i 300mila brani ovviamente ce ne sono di noti e meno noti, ma si va da Bruce Springsteen al deceduto trombettista jazz Chet Baker, i cui eredi hanno proprio di recente aderito alla class action in questione.

Michael Geist, docente di Diritto all’University of Ottawa, ha spiegato in dettaglio il merito della causa legale mossa contro la CRIA: il problema alla base parrebbe essere una procedura particolare, molto adottata dalle major, definita dall’accusa con l’espressione “sfrutto oggi, semmai pago in seguito”. Sostanzialmente si tratta della possibilità, da parte delle grandi etichette, di creare, stampare e distribuire sul mercato i dischi, inserendo una voce relativa alla licenza sul copyright del vari brani nella lista delle cose da fare. Queste liste negli anni stanno diventando sempre più lunghe, risalendo romai difatto addirittura agli anni ’80. Le major del disco avrebbero quindi ignorato per oltre vent’anni la questione sulle autorizzazioni, evitando di pagare alcuna royalty ai musicisti sfruttati per la compilazione di questi album. Ora, la massiccia class-action ha chiesto alla corte di sanzionare la pratica delle pending list, proponendo una somma di 20mila dollari per ogni violazione del copyright, da moltiplicare ovviamente per la cifra di 300mila canzoni.

Questo apre un’interessante prospettiva sulla questione, dimostrando chiaramente che le Major si nascondono dietro il far rispettare le leggi vigenti, garantire la qualità dei prodotti agli utenti e soprattutto rispettare i diritti degli autori. Tutto questo evidentemente non è vero, l’unico, vero interesse è quindi solo quello di fare quanti più soldi possibile, alle spalle della Legge, degli artisti e dei consumatori, ma stavolta, a quanto pare, gli è andata male.

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