IsoHunt: prima sconfitta per i motori di ricerca Torrent

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Finisce male l’anno per IsoHunt e il suo fondatore e CEO Gary Fung, il quale proprio poche settimane fa aveva accettato la sfida della CRIA (l’associazione delle major canadesi, equivalente della RIAA americana), decidendo di non cedere alle pressioni intimidatorie classiche e di portare tutto davanti al tribunale per cercare di dimostrare che, alla fine, i motori non fanno niente di illecito, funzionano come Google e non è colpa loro se i contenuti indicizzati sono invece illegali. Purtroppo il giudice non l’ha pensata così e il dispositivo di sentenza della prima istanza è ampiamente negativo per IsoHunt. Purtroppo la sentenza è viziata dalla solita, e grave in questi casi, ignoranza tecnologica.

Secondo il giudice IsoHunt istigherebbe, con le sue funzioni, all’illegalità e aiuterebbe la diffusione illegale di materiale regolarmente protetto da copyright. Soprattutto sono state messe sotto accusa alcune funzioni offerte dal sito, come le liste dei film o di altri materiali più scaricati della settimana, considerate vere e proprie scorciatoie verso l’illegalità; accolti inoltre anche i risultati delle perizie dell’accusa, che sosterrebbero come ben il 95 % del materiale indicizzato dal motore di ricerca sia composto di materiale illegale.

Peccato però che il giudice abbia agito in maniera piuttosto sommaria e senza approfondire la questione nel merito, procedura per altro del tutto legale: si chiama in gergo “summary judgment” ossia giudizio sommario (mai termine fu più calzante) e permette alla sentenza di non entrare nello specifico di ciascun aspetto della questione, limitandosi invece a valutarla nei suoi termini più generali, escludendo anche il dibattimento in aula. Questa sentenza contiene quindi una descrizione assai sommaria del funzionamento delle reti BitTorrent e il tribunale non ha voluto (o saputo?) fare distinzioni tra i vecchi casi P2P (Napster, Grokster) e questo, equiparando in modo piuttosto superficiale e semplicistico le diverse tecnologie in gioco.

Il tribunale ha quindi ritenuto il motore di ricerca e il suo fondatore e CEO Gary Fung perfettamente consapevoli del proprio operato in favore dell’illegalità e questo ha permesso di rigettare praticamente tutte le eccezioni mosse dalla difesa, facendo pagare nella sentenza la mancanza di filtri per i contenuti indicizzati e la presenza eccessiva del meta tag “warez” su moltissimi dei contenuti presenti. Ora tale sentenza rischia di fare giurisprudenza, perché ha saltato a piè pari ogni complessa analisi tecnica ed ha ritenuto sufficiente per condannare l’appuramento della mala fede in ciò che si stava facendo, proprio dagli indizi appena elencati.

Ricordiamo che qui stiamo parlando del processo tenutosi in California e quindi negli USA e non già dell’altro in piedi in Canada, nazione da dove IsoHunt opera. La prossima udienza è fissata per l’11 gennaio, ma è indubbio che a meno di radicali cambi di strategia da parte della difesa, con queste premesse difficilmente l’esito potrà essere diverso.
Noi non vogliamo certo far passare epr legali cose, come in questo caso, palesemente illegali, ma l’impostazione fortemente antitecnologica della sentenza rivela, a nostro avviso, un comportamento in malafede, magari “suggerito” in qualche modo dalle onnipresenti major, e volto a colpire e punire non tanto questo o quel soggetto che viola le leggi, quanto proprio la tecnologia in sè rischiando cioè il classico gesto di buttare il bambino con l’acqua sporca: è lampante infatti che qui non si vuole colpire IsoHunt e basta, ma la tecnologia BitTorrent e, più in generale, il P2P come concetto, perchè le major non possono, non sanno e non vogliono controllarne l’uso, che potrebbe benissimo essere utile e legale, ma vogliono semplicemente mantenere lo status quo in cui, attraverso canali classici ed antiquati, sfruttano e spremono gli utenti come limoni fino all’ultimo centesimo.

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