Scovare i fuorilegge del P2P è soprattutto un Business

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Si fa un gran parlare attorno al P2P, all’illegalità di condividere file e alla legittimità o meno invece di farlo quando non a scopo di lucro. Molti possono essere indubbiamente pro o contro ed avere entrambi alcune buone ragioni per esserlo. Chi è contro ultimamente sta facendo molte pressioni, anche politiche, affinchè gli stessi provider possano filtrare e sorvegliare il traffico e, all’occorrenza, anche disconnettere chi fa uso di programmi di sharing illegali. Dal loro punto di vista questo aiuterebbe indubbiamente a tutelare il copyright e quindi i diritti degli autori, dei produttori e dei distributori. Ma siamo sicuri che sia così? Ora infatti anche i più tenaci sostenitori della caccia agli utenti che fanno uso di P2P si stanno accorgendo che tale attività è di per sé un business e che probabilmente esso arricchisce chi lo fa più di quanto tuteli chi subisce violazione dei diritti d’autore.

Già, anche dare la caccia agli utenti criminali può diventare un affare, un ricco affare. Ad accorgersene per primo ed a lanciare l’allarme è stato un gruppo di pressione tedesco che opera negli interessi dei detentori dei diritti. L’analisi di DigiRights Solutions, lo studio tedesco che ha diffuso i dati, si basa sui numeri provenienti dagli archivi dei processi a carico degli scaricatori illegali. A costoro infatti verrebbero comminate multe che possono superare i 450 euro per ogni singolo file, una cifra ben superiore al reale danno provocato alla casa discografica di turno, che per ogni brano dovrebbe incassare circa 60 centesimi. Con l’attuale sistema quindi ai detentori dei diritti andrebbe appena il 20 % della sanzione economica, mentre il rimanente andrebbe tutto alle società che svolgono tali attività di monitoraggio.

Insomma, si può discutere finchè si vuole sulla liceità o meno dello sharing in Rete e, indubbiamente, nel frattempo le leggi vigenti andrebbero fatte rispettare, però bisognerebbe anche porsi la classica domanda: “chi controlla il controllore?”.

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