Raffreddare i server mondiali risparmiando? Basta mandarli in Islanda

Gadget e Hi-Tech     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

L’Islanda è forse la nazione che ha subito la più grande crisi economica degli ultimi anni, a causa del più grave collasso bancario mai verificatosi in un singolo Paese. Si tratta inoltre di una nazione con un territorio piccolo e poco abitato, oltre che povero di risorse. Come rilanciare quindi l’economia locale in queste condizioni? Beh, cercando di valorizzare al massimo le sue risorse: il turismo? Non esattamente. Il freddo.

Tutti ben sappiamo quanto possa scaldare l’hardware di un normale computer, che sia fisso o portatile, immaginate quindi quanto possano scaldare server e cluster industriali. I giganti di Internet ad esempio spendono milioni per raffreddare i computer che contengono i loro dati, ma anche le grandi aziende, secondo gli esperti, anche le aziende pagano un aggravio variabile tra il 40 e il 60 % sulla bolletta, a causa degli impianti di condizionamento necessari per raffreddare le loro apparecchiature, anche adottando i piani energetici più efficienti.

A Reykjavik hanno quindi pensato di prendere due piccioni con una fava e hanno lanciato la proposta di sfruttare il clima gelido della loro isola, dove acqua e aria sono fredde tutto l’anno, per risparmiare sulle bollette e salvare anche l’ambiente. Tenere in funzione dei server lì costerebbe infatti una frazione rispetto ad esempio all’Europa o, peggio, la California. Inoltre il guadagno dal punto di vista dell’impatto ambientale sarebbe notevole: secondo la società di ricerche IDC ad esempio l’industria informatica è responsabile di circa 2 % delle emissioni globali di CO2, un livello paragonabile ad esempio a quello del trasporto aereo mondiale e destinato ad aumentare rapidamente visto il tasso di sviluppo del settore. Grazie alle risorse geotermiche dell’isola poi, ampiamente sfruttate, praticamente il 100 per cento dell’elettricità islandese è rinnovabile. Su queste basi quindi il beneficio per il clima è evidente. Tutto facile allora? Magari,perché persistono anche risvolti negativi dell’eventuale operazione.

Le variabili in gioco infatti sono molte e alcune proprio non piacciono alle aziende. Anzitutto ovviamente i costi di un’operazione del genere, che prevede per ogni azienda il trasporto di costose e preziose apparecchiature contenenti dati a migliaia di chilometri, ha costi non indifferenti e difficoltà logistiche evidenti. Poi c’è anche l’ambiente: l’Islanda infatti è una terra vulcanica e molti sono tutt’ora in attività; le eruzioni poi, tra l’altro, provocano anche terremoti, come quello del sesto grado della scala Richter, avvenuto solo un anno fa. Infine i 17 millisecondi che impiega un pacchetto dati per andare dall’Islanda all’Inghilterra per l’utenza normale potrebbero essere inavvertibili, ma per alcune attività e alcuni pacchetti di dati potrebbe essere un tempo inaccettabile.

Insomma l’idea sarebbe buona, ma non è forse realizzabile; vedremo quindi se, negli anni, l’Islanda riuscirà a rilanciare la propria economia tramite una “cold rush” una corsa al freddo in grado di far sviluppare l’economia come successe nell’ottocento per la gold rush, la corsa all’oro che gettò le basi affinchè la California potesse diventare ciò che è oggi.

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