Il Partito Pirata parla del suo programma

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Molti si aspetterebbero, da un partito che porta un nome così esplicitamente provocatorio, un programma farneticante e molto poco concreto, totalmente incentrato sul puro e semplice rifiuto del concetto di copyright, al quale opporre una vaga idea di anarchismo e presunta libertà incondizionata nel fare ciò che più ci piace senza rispettare alcuna regola. Niente di più falso e lontano dalla verità invece, perché Rick Falkvinge, fondatore e leader del partito, è un oratore raffinato e preparato che sa parlare di problemi concreti e proporre altrettanto concrete soluzioni.

È facile capirlo ascoltandone l’intervento presso il primo congresso della neonata associazione Agorà Digitale, tenutosi a Salerno a margine di una settimana di lavori del Partito Radicale, tra i cui esponenti ha fondatori e sostenitori. Falkvinge sfoggia una cultura non indifferente, ricostruendo anzitutto i motivi storici del diritto d’autore, sin dalla sua nascita in Inghilterra nel lontanissimo 1557 e affrontando poi un lungo excursus sull’argomento, che va a toccare le radio libere degli anni 70, fino ad arrivare a Internet e ai giorni nostri. Sostanzialmente l’idea del leader svedese è che, tramontati i motivi storici e comprensibili da cui nacque la necessità del copyright, esso sia divenuto negli anni strumento di controllo del dissenso da parte dei governi. Internet infatti ha cambiato profondamente il modo di comunicare e l’idea stessa di responsabilità individuale e diritto d’autore e non avrebbe alcun bisogno di proteggere i diritti nel modo attuale, che resta invece in vigore perché non difende soltanto i privilegi economici di major e case produttrici, bensì fornisce ai governi un utile strumento di controllo di uno spazio virtuale altrimenti completamente libero, anonimo e democratico. Per sostenere tale visione cita infatti una serie di semplici esempi però molto illuminanti, come ad esempio l’inviolabilità della posta cartacea (che non può essere aperta da nessuno all’infuori del destinatario) e invece la tendenza, da parte dei governi, a decriptare costantemente le comunicazioni via bit. O ancora sottolineando come il prestito di un libro, a titolo completamente gratuito, sia una pratica diffusa ed accettata da qualsiasi biblioteca da oltre 150 anni, ma come la condivisione di materiale protetto da copyright su Internet sia invece strenuamente combattuta.

Falkvinge però sa bene che questa sarebbe solo metà della verità e che se si fermasse alla generica denuncia “culturale” sarebbe un politico ben poco credibile. Il Partito Pirata quindi, a partire da oggi con le prime sedute del nuovo Parlamento Europeo in cui siederanno anche i suoi esponenti, cercherà di portare all’attenzione dell’agenda politica proprio tali problematiche, ma proponendo soluzioni concrete: punibilità per violazione del copyright solo se a fini commerciali (equivalente, secondo Falkvinge, alla legalizzazione del file sharing per i privati); limite di cinque anni alla durata del diritto d’autore; riconoscimento del diritto di remix, mashup e riutilizzo creativo dei contenuti; riconoscimento della paternità delle opere, per evitare il plagio e, infine, rivisitazione del principio dell’equo compenso e contrasto alla cosiddetta broadband tax, perché Falkvinge si chiede, scherzando ma non troppo, chi sarebbe compensato per il traffico generato online applicando una regola del genere, i detentori dei diritti sulla musica e i film o piuttosto i produttori di materiale pornografico che da tempo producono introiti in Rete?

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