Un nuovo P2P killer?

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Si chiama PAP (Peer Authorization Protocol) ed è l’ultima trovata delle major per provare ad ostacolare il diffondersi sempre maggiore del file sharing, che sta uccidendo la resa economica del mercato musicale e, di conseguenza, dei produttori (meno, molto meno degli artisti). L’idea è sempre la stessa: blindare completamente il file sharing riuscendo a distinguere chi lo usa in maniera legale da chi trasgredisce le leggi vigenti in materia di copyright, e colpendo dunque solo questi ultimi, “avvelenandone” i download così da scoraggiarli nel medio termine dal portare avanti i propri tentativi fraudolenti e liberando quindi la rete e i provider dalla maggior parte del cosiddetto traffico “parassita”, che intasa le connessioni senza produrre introiti. Peccato che tale strada sia già stata provata innumerevoli altre volte senza alcun successo.

Il protocollo in questione è stato descritto in realtà in uno studio risalente all’aprile 2008, chiamato “Proactive Content Poisoning To Prevent Collusive Piracy in P2P File Sharing”, pubblicato su IEEE Transactions on Computers e realizzato da due ricercatori dell’UCLA, la prestigiosa University of California Los Angeles, e prevederebbe una forma di identificazione proattiva di chi sia attivo sui network di P2P. Al contrario però degli attuali e molto poco efficaci sistemi di P2P poisoning, il protocollo PAP dovrebbe essere in grado di riconoscere i “pirati” in maniera più precisa ed efficace, attraverso un meccanismo di reputazione assegnata in automatico ai peer. A coloro i quali fossero quindi identificati come “pirati” sarebbero recapitati pacchetti errati di dati, così da non permettergli di portare a termine correttamente i propri download, cosa che dovrebbe appunto scoraggiare gli scrocconi dal proseguire la propria attività illecita.

Gli autori dello studio parlano di una percentuale di successo impressionante per le reti di file sharing che fanno uso dell’hashing a livello di file, come ad esempio KaZaa et similia, raggiungendo ben il 99,9 % e risultati comunque molto buoni con i network in cui l’hashing è a livello di parti di file, coma accade ad esempio per eMule eccetera, raggiungendo una percentuale variabile tra l’85 e il 98 %.

Ma non sono tutte rose e fiori: anzitutto, per poter funzionare a dovere, il sistema necessita di client programmati ad hoc, che integrino tutti i meccanismi di protezione e autenticazione descritti nello studio, inoltre, sempre i dati forniti dagli autori, mostrano che l’effetto dei pacchetti avvelenati sugli scambi condotti via BitTorrent risulta poco meno che risibile, per cui, leggendo bene, se ne ricava che in realtà l’efficacia di tale protocollo sarebbe inversamente proporzionale alla diffusione del programma da combattere, visto che BitTorrent sicuramente è in forte ascesa, eMule ancora assai diffuso, mentre i vari LimeWire, gNutella e KaZaa rappresentano solo una minima parte del traffico cosiddetto illegale.

Solo un’altra mossa disperata da parte delle major quindi, che continuano a menare fendenti all’aria invece di cercare, assai più saggiamente, di capire i motivi della propria debacle e studiare le opportunità offerte da Internet, come stanno invece facendo con successo i loro colleghi legati all’industria dell’immagine.

Condividi su:
  • Segnalo
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks
  • Live
  • Facebook
  • MySpace
  • LinkedIn
  • Technorati
  • Digg
  • del.icio.us
  • Print this article!
  • E-mail this story to a friend!
Articoli correlati:

Lascia un commento

*
To prove you're a person (not a spam script), type the security word shown in the picture. Click on the picture to hear an audio file of the word.
Click to hear an audio file of the anti-spam word

Tema & Icone by N.Design Studio – modificato da Terry Labunda
Entries RSS Comments RSS Collegati