E gli autori iniziarono ad abbandonare le major

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Ormai il gioco delle major inizia a essere evidente e l’opinione pubblica sta prendendo sempre più coscienza degli abusi ingiustificati, finalizzati esclusivamente a difendere una lobby di interessi economici fortemente radicata nel campo dell’intrattenimento, disposta a tutto pur di mantenere lo status quo, come chiedere 1 milione di dollari per 24 brani scaricati a una madre single o accusare di aver scaricato musica illegalmente una persona… che all’epoca dei presunti fatti il PC non lo aveva proprio. E ora anche gli artisti cominciano a prendere le distanze.

Il caso UMG Recordings Vs.Roy è paradigmatico della vera e propria crociata che le associazioni dei produttori hanno mosso contro i consumatori, colpendo alla cieca, come un animale rabbioso, pur di proteggere quei profitti che considerano minacciati dall’uso di Internet. Nel 2007 infatti la signora Mavis Roy fu contattata tramite posta tradizionale da parte delle associazioni in questione, che l’accusavano di aver scaricato centinaia di brani protetti da copyright, infrangendo così le leggi sulla tutela del diritto d’autore. Peccato che la signora in questione non possedesse nemmeno un PC a casa. Nel processo che è seguito dunque le fantasiose prove raccolte dalla RIAA furono tutte smontate e non restò che accordarsi tra le parti senza che nessuna dovesse niente all’altra, anche se la signora Roy è stata fin troppo buona a chiudere il caso così, poiché sarebbe stato nel suo diritto denunciare le associazioni per le ingiuste vessazioni subite nel corso degli anni del processo, chiedendo un risarcimento.

Ora, dopo l’ennesima assurdità di cui vi abbiamo parlato qualche giorno fa, in cui nel processo alla signora Thomas sono stati chiesti 1 milione di dollari per aver scaricato 24 brani, anche gli artisti prendono sempre più le distanze. Dopo l’attacco di Moby, infatti, che si è espresso assai nettamente, parlando della necessità di far scomparire dalla faccia della terra gli avvoltoi legali nutriti nella mangiatoia RIAA, ora è la volta del cantante Richard Marx di intervenire, in quanto direttamente interessato come autore di uno dei presunti 24 brani scaricati da Jammie Thomas. L’artista ha infatti dichiarato di vergognarsi per il fatto che il proprio nome sia associato alla vicenda. L’autore per altro non mette in discussione la responsabilità legale della donna, ma afferma altrettanto chiaramente di essere ormai convinto del fatto che la RIAA e più in generale l’industria discografica nel suo complesso servano oramai soltanto ai loro propri interessi, “spremendo i consumatori e riempendosi il più possibile le tasche” invece di fare il possibile per fornire ai consumatori la migliore musica possibile.

La netta presa di posizione dei due artisti apre nuovi scenari, in cui finalmente anche gli autori, che le associazioni dei produttori agitano costantemente come spauracchio e figura dietro a cui nascondere i propri interessi, si stanno accorgendo che il gioco sta mostrando la corda e che tali associazioni così facendo proteggono i loro introiti più di quanto proteggano i diritti degli artisti.

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