L’algoritmo dello scontento: Google come il Grande Fratello?

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Aziende che crescono nel tempo e impiegati che, nel tempo, se ne vanno perché insoddisfatti. È una legge lavorativa non scritta ma inevitabile: l’azienda si espande, aumenta il numero dei dipendenti e, forzatamente, ci sarà sempre qualcuno che inizierà a provare insoddisfazione, senso di inutilità, si sentirà messo da parte e non valorizzato a dovere e deciderà di andare via. Ma ora, a quanto pare, le aziende potrebbero avere la soluzione che gli eviti di perdere nel tempo personale che hanno formato a lungo, spendendo tempo e soldi, solo per poi vederlo andare via. È il cosiddetto “algoritmo dello scontento”, in grado di stabilire se un dipendente sta sviluppando la decisione di lasciare l’azienda o meno, intervenendo così per tempo per rimotivarlo. Qual è il problema? Che l’azienda potrebbe saperlo ancora prima del dipendente stesso.

In Minority Report la polizia era in grado di prevedere un crimine prima ancora che fosse commesso, prima quindi che chi lo dovesse compiere l’avesse anche soltanto concepito. Anche se nel film la prevenzione non era basata su algoritmi la sostanza non cambia: anche nel nostro caso le aziende potrebbero scoprire che un loro dipendente è insoddisfatto al punto di poter lasciare potenzialmente il lavoro, prima che egli stesso lo sappia con chiarezza. Una specie di Grande Fratello aziendale quindi, in grado di entrare nei nostri pensieri prima ancora che non li abbiamo formulati, il tutto con l’unico scopo di preservare il proprio interesse e il proprio guadagno a qualsiasi costo.

Uno scenario inquietante dunque, e non è un caso che a sviluppare tale algoritmo sia stata proprio Google, la vera eminenza grigia del mondo dell’informatica attuale. Proprio nei giorni scorsi infatti l’azienda ha annunciato pubblicamente di aver ultimato lo sviluppo di tale algoritmo che, incrociando una serie di parametri e dati complessi, è capace di stabilire con sicurezza che un determinato dipendente sta sviluppando una frustrazione lavorativa che lo porterà a licenziarsi, il tutto anche prima che lui stesso ne sia totalmente consapevole. L’azienda dotata di tale algoritmo sarebbe così in grado di manipolare psicologicamente il dipendente a sua insaputa, per rimotivarlo e, in un certo senso, costringerlo così a restare, o anche decidere che non è indispensabile, lasciandolo quindi andare.

Per il momento Google ha detto comunque che l’algoritmo non sarà commercializzato, ma non ne ha spiegato i motivi. Esperti del settore hanno ipotizzato che l’algoritmo potrebbe aver bisogno di un periodo più o meno lungo per essere testato sul campo, corretto e reimpostato e solo dopo potrebbe quindi essere commercializzato con sicurezza. L’annuncio pubblico infatti sarebbe incompatibile con l’intenzione di Google di tenerselo solo per sé, ma quale che sia la vera causa resta inquietante lo scopo dell’algoritmo e la sua applicazione.

Non è bello infatti immaginare che non si sarà più padroni delle proprie decisioni e che, in oscure stanze a noi precluse, ci sarà chi scruta nelle nostre teste e tesse trame psicologiche sottili per manovrarci a nostra insaputa a proprio esclusivo vantaggio.

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