Last.fm d’ora in poi solo a pagamento: colpa della crisi o dei discografici?

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Last.fm, forse il più grande servizio musicale online, dal 30 marzo sarà fruibile in tutto il mondo soltanto a pagamento, con l’unica eccezione dei territori degli Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, dove ha sempre avuto il maggior successo. Per tutti gli altri sarà necessario sottoscrivere un abbonamento, per la verità assai modesto, di 3 euro mensili. Il problema non è però la spesa richiesta ma lo storico cambiamento, che suona come l’ennesimo campanello d’allarme per il modello di business della New Economy, la cui crisi è ormai accentuata dall’attuale congiuntura economica negativa. O forse, in questo caso, una parte di colpa l’hanno anche le Major?

3 euro al mese per usufruire in streaming di un database composto di oltre sette milioni di brani non è poi un prezzo impossibile per gli aficionados del servizio online Last.fm e la notizia quindi non avrebbe quasi interesse se non fosse che fino ad ora l’accesso e la fruizione erano sempre state libere, con i costi sostenuti unicamente dalle inserzioni pubblicitarie. È allora interessante soffermarsi un po’a pensare a cosa stia succedendo a molti siti, anche grandi ed affermati, che da un po’di tempo a questa parte sono in affanno, economicamente parlando, e stanno ripensando il proprio modello di business.

Lasciando da parte la nota situazione di YouTube, dovuta soprattutto, per così dire, a motivazioni “sociologiche”, per cui c’è stato un reindirizzamento dell’attenzione da questo tipo di social network ad altri modelli più di tendenza, ci sono comunque altri casi in cui l’attuale crisi economica mondiale ha reso palesi le debolezze della struttura economica su cui molti siti anche famosi poggiano.

Non molto tempo fa vi avevamo parlato infatti della situazione attuale che si sta facendo insostenibile e la decisione di Last.fm lo conferma. Le inserzioni pubblicitarie infatti non sono più sufficienti a sostenere anche solo i costi del servizio offerto, figurarsi a generare profitti. Ecco quindi che, in un modo o nell’altro, molti hanno iniziato a guardarsi intorno, cercando modi migliori per far fruttare la propria specificità. Il grande network musicale ha scelto la via più ovvia, quella dell’abbonamento, lasciando intatta la possibilità di fruire del servizio in maniera gratuita solo in quei tre paesi dove il suo successo è sempre stato assicurato e dove molto probabilmente il bacino di utenza è quantitativamente abbastanza consistente da generare introiti dalle inserzioni pubblicitarie.

Ma, in questo caso specifico, le “colpe” potrebbero anche stare altrove, almeno in parte. L’azienda britannica, di proprietà del gruppo americano CBS, deve infatti essere anche in grado di pagare le etichette discografiche per la trasmissione dei loro brani, al fine di poter continuare ad erogare il proprio servizio e la nota ingordigia delle major non ha fatto quindi altro che aggravare la difficoltà di trasformare un servizio in utili aziendali, in una situazione economica che appunto conosciamo bene.

Tra quattro giorni dunque il servizio non sarà più liberamente accessibile, non resta che attendere per vedere quanto successo sortirà la scelta, in qualche modo forzata, di Last.fm e se l’utenza accetterà di sborsare 3 euro al mese per ascoltare la propria musica preferita con la consapevolezza che buona parte di quella cifra serve soltanto ad arricchire ulteriormente le esose case discografiche mondiali.

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