E i robot impararono a evolversi

Gadget e Hi-Tech     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Visto così in foto il piccolo robot costruito presso la Gordon University di Aberdeen, nel Regno Unito, non sembra granchè, anzi, sembra decisamente semplice, qualcosa di più vicino a un giocattolo per bambini o a quei robot assemblabili distribuiti qualche anno fa in edicola. Ma cos’avrebbe allora di tanto speciale da farci sopra un blog? Semplice: è in grado di evolversi autonomamente.

Aberdeen, Regno Unito, Gordon University. Christopher MacLeod ha appena finito di aggiungere due ruote aggiuntive al robot da lui in precedenza assemblato e dotato di sole due ruote. Ora lo farà ripartire e l’automa, grazie a un software innovativo che riproduce le funzioni di una rete neuronale, imparerà come usare queste nuove protesi e come avvantaggiarsene. Già, proprio così: in pratica questo è l’inizio della simulazione del funzionamento del cervello e permetterà ai robot di un futuro ormai non più troppo remoto di imparare dall’ambiente, evolvendosi di conseguenza.

L’affermazione è cruciale e solleva subito paure degne dell’avvento di SkyNet, ma per i dilemmi morali ed etici ci sarà tempo quando la tecnologia sarà più matura ed avanzata, in grado di trovare applicazioni pratiche. Per il momento si resta invece nel puro ambito della sperimentazione. Man mano che al robot erano aggiunti componenti e l’hardware adatto a sfruttarli, la rete neuronale di cui era dotato gli insegnava come utilizzarli al meglio, senza bisogno di alcun software aggiuntivo che dicesse cosa fare e come. In questo modo è stato possibile evolvere l’automa fino a consentirgli di imparare ad eseguire l’azione di un insetto evoluto, in grado di compiere balzi e giudicare quando è necessario eseguirne uno e perché.

Secondo Giulio Sandini, responsabile del Dipartimento Robotic Brain and Cognitive Sciences dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, si tratta di un risultato interessante, che apre nuovi scenari per la cosiddetta robotica evoluzionistica. Sulla stessa scia ad esempio, nel 2007, un team di ricerca misto creato da membri dell’Ecole Polytechnique Federale di Losanna e dell’università di Bordeaux, aveva realizzato una specie di salamandra per simulare l’uscita dalle acque e la conquista della terra da parte dei primi anfibi, divenuti poi rettili. L’automa era dotato di zampe autonome, che imparò a gestire tramite la struttura cerebrale di cui era stato dotato.
Secondo un altro studioso italiano, Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto italiano di tecnologia, non è l’unica direzione da seguire per l’evoluzione dei robot. Nella ricerca robotica e dell’intelligenza artificiale sarebbe infatti meglio, secondo Cingolani, procedere parallelamente con approcci diversi, giacché l’evoluzione dei robot può mirare a soddisfare funzioni diverse e anche molto lontane tra loro: come ad esempio l’intelligenza richiesta per la realizzazione di un androide in grado di assistere un anziano o un malato e uno che dovesse invece lavare i vetri.

Quel che è certo è che siamo ormai all’alba di una nuova era, tante volte paventata dalla fantascienza, ora in positivo, ora in negativo, ma sempre come inevitabile. Se quindi tutto ciò sarà utile per creare automi che ci aiutino nella vita quotidiana o invece decidano di prendere il potere e sterminarci è impossibile saperlo ora. Del resto l’evoluzione imprevedibile.

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