Anche i social network saranno vittime della crisi economica nel 2009

Web e Business     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Il 2009 si prospetta un brutto anno per l’economia mondiale e questo si sa già da qualche tempo, ma pare che la crisi toccherà anche gli esponenti più rampanti della New Economy, quelli che apparentemente sembrano andare benissimo. Facebook, MySpace e YouTube, solo per fare tre nomi, potrebbero, secondo alcuni analisti, essere costretti a rivedere le proprie politiche, sia economiche sia nei confronti dell’utenza per quanto riguarda servizi erogati e modalità o potrebbe addirittura accadergli di peggio, ad esempio chiudere o vendere a qualche colosso del mercato.

I social network non sono vantaggiosi in termini economici. E’ questo quanto sembra emergere dalle analisi di alcuni esperti che hanno fatto i conti in tasca agli esponenti più di successo di tale mercato, come ad esempio l’azienda fondata e guidata da Mark Zuckerberg, che sta conoscendo proprio in questi mesi, in Italia ma non solo, un boom per certi versi inaspettato e strabiliante, diventando ormai una vera e propria moda per cui se non sei su Facebook non esisti e coinvolgendo quindi anche gli utenti meno esperti o addirittura agli inizi nell’utilizzo di Internet. Facebook è ormai il primo social network mondiale, con 130 milioni di iscritti nel mondo eppure, a vedere le cifre dei conti svolti dalla Deloitte Research, i costi dei servizi gratuiti offerti, come lo spazio per effettuare l’upload di immagini e filmati, non sono compensati dagli introiti ricavati dalle inserzioni pubblicitarie. Gli analisti della Deloitte infatti calcolano un costo di oltre 100 milioni di dollari all’anno per il mantenimento e l’ampliamento dell’infrastruttura tecnica, a fronte di pochi centesimi di euro ricavati per ogni singolo utente. Si tratta di cifre confermate anche da altri istituti di ricerca, come Ovum ed eMarketer; la crisi per altro è ammessa dallo stesso Zuckerberg, che ha dichiarato a BusinessWeek che prevede di ricavare 250-300 milioni nel 2008, contro i 300-350 milioni stimati in precedenza. La crisi investe anche altri nomi del settore, come YouTube, la cui situazione è nota già da tempo, o Twitter, che attualmente è ancora privo di un qualsiasi modello di business, per cui i creatori non sono ancora riusciti a trasformarlo in una gallina dalle uova d’oro come sono invece gli altri o sarebbe più corretto dire come sono stati.

Ed è proprio il modello di business a quanto pare ad essere il problema principale poiché, in concomitanza con la crisi mondiale, ha iniziato a mostrare i propri limiti. Ora tutte le maggiori aziende del settore dovranno ripensarlo e non sarà semplice, perché la scelta obbligata parrebbe essere solo quella di rendere a pagamento alcuni servizi ora gratuiti, come ad esempio inserire filmati, o differenziare le fonti di guadagno, inserendo l’e-commerce tra le proprie attività o ancora aumentare a dismisura le inserzioni pubblicitarie sui propri spazi. Alcune di queste soluzioni rischiano però di mettere in fuga una grossa parte degli utenti attuali. D’altro canto l’alternativa non c’è e, se la situazione continuasse su questa linea, alcune di queste aziende come ad esempio Facebook potrebbero trovarsi costrette ad accettare eventuali offerte di acquisto da parte di altri colossi del settore, come Microsoft o Google, che potrebbero usare tali network per potenziare le proprie piattaforme pubblicitarie, ora incentrate in parte su altre attività già redditizie, ad esempio le inserzioni pubblicitarie sui motori di ricerca, per quanto riguarda l’azienda di Mountain View.

Il punto è che non è facile trasformare in denaro i dati e i contenuti forniti dagli utenti. È un business molto nuovo e solo pochi grandi sponsor sono disposti a sperimentarlo, soprattutto in tempi di crisi. Finora la cosa è andata comunque avanti perché anche se i social network non facevano grandi profitti hanno potuto contare sui finanziamenti dei capitalisti di ventura, investitori che scommettono soldi in piccole aziende innovative, attendendo un ritorno economico anche per tempi abbastanza lunghi, ma ora anche costoro stanno tirando i remi in barca, lasciando quindi il re nudo.

Si dice del resto che i periodi di crisi servono anche per preparare le future evoluzioni, eliminando il superfluo e ciò che non funziona a dovere e favorendo i più forti e meglio organizzati, una sorta di teoria evoluzionista del mercato insomma, che non resta che osservare all’opera per vedere cosa ci proporrà nel 2010.

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Un commento

  1. Khwanchai

    Four score and seven minutes ago, I read a sweet arcilte. Lol thanks

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