Spazzatura elettronica: l’ONU lancia l’allarme

Ecologia e Risparmio Energetico     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

L’ONU ha varato in questi giorni un ambizioso programma, denominato Step, che ha il fine di affrontare quello che è un problema ambientale forse poco avvertito, ma sulla cui gravità i numeri non lasciano dubbi: si tratta dell’eWaste, la spazzatura tecnologica; vecchi monitor, cavi, mouse, tastiere, schede video e madri, ma anche cellulari, frigoriferi, lavatrici e tutti i prodotti elettronici che ormai invadono silenziosamente le nostre case e le nostre vite e che rischiano di tornare, come zombie tecnologici, ad invaderci anche da dismessi, con tutti i danni collaterali che è facile immaginare.

La maggior parte di tali prodotti infatti, soprattutto se risalenti a qualche anno fa, sono assai pericolosi sotto l’aspetto dell’inquinamento, contenendo una serie di componenti assai tossici come PVC, piombo, cadmio e mercurio; solo da poco infatti e solo i maggiori brand hardware mondiali stanno allineando i propri articoli alle normative RoHS in materia di impatto ambientale sia per quanto riguarda l’intera catena produttiva, sia il prodotto finale. 800.000 tonnellate di apparecchiature elettriche ed elettroniche, ufficialmente dette RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), sono state prodotte solo in Italia nel 2006, di cui raccolte appena 106.000 mentre, secondo l’ONU, la stima della produzione a livello mondiale si assesta tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate: più del 5% di tutti i rifiuti solidi urbani generati nell’intero pianeta. Greenpeace, calcola inoltre che, entro il 2010, saranno oltre 710 milioni i nuovi computer immessi sul mercato globale (erano 183 milioni nel 2004), proprio mentre, nei paesi industrializzati, la vita media di un computer è diminuita drasticamente, passando dai 6 anni del 1997, agli appena 2 del 2005. A questi prodotti vanno poi aggiunti grandi e piccoli elettrodomestici, apparecchiature di illuminazione, giocattoli ed attrezzature per lo sport e per il tempo libero, dispositivi medici e molto altro.

Il problema maggiore poi è correlato non solo alla raccolta separata di tali materiali, attualmente assai bassa, ma al suo smaltimento. Molti non lo sanno ma, tanto per cambiare, il Terzo Mondo ci fa da pattumiera anche in questo caso. Greenpeace stima infatti che il 75% dei rifiuti europei seguano “flussi nascosti”, percentuale che sale all’80-90% nel caso di RAEE prodotti negli Stati Uniti. Tali rifiuti, sfuggendo a qualsiasi controllo, approdano molto spesso in discariche incontrollate in Africa o in Asia dove i lavoratori, spesso bambini, sono esposti ai rischi legati ai composti chimici che questi rifiuti contengono e che sprigionano se trattati in modo inadeguato e senza protezioni.

Qualcosa comunque fortunatamente inizia a muoversi anche in Italia, a parte il suddetto progetto ONU. Il 18 luglio infatti è stato siglato un accordo fra l’Associazione dei Comuni Italiani (Anci) e il Centro di Coordinamento RAEE che ha sancito il definitivo passaggio della competenza sulla gestione dei rifiuti tecnologici dai Comuni ai produttori, riuniti quindi in consorzi per lo smaltimento o riciclo dei prodotti. A quanto pare, a detta di Giorgio Arienti, Presidente del Centro, i primi risultati sarebbero incoraggianti, ma resta ancora molto da fare, soprattutto sulla normativa stessa i cui decreti attuativi stanno venendo rimandati di anno in anno, addirittura dal 2005. Esiste infine anche un’altra associazione, meno consociata delle sue omologhe, chiamata Banco Informatico Tecnologico e Biomedico (BITeB) mira a raccogliere attrezzature d’ufficio come PC, monitor, e stampanti, usati ma funzionanti, per poi donarli a scuole, università, opere sociali, istituti di formazione in paesi in via di sviluppo e in Italia. Un’ iniziativa che, speriamo, non resti isolata anche nel resto del mondo e, soprattutto, anche seguita. A noi non costa niente, ma sarebbe un gesto di responsabilità nei confronti del nostro pianeta e dei nostri simili meno fortunati.

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