L’uso compulsivo di videogiochi non è una forma di dipendenza

Gadget e Hi-Tech, Videogame e Console     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

Quante ore al giorno passate in compagnia dei videogiochi tramite il vostro PC o una console? Se trascorrete davvero metà della giornata con un pad in mano o usando mouse e tastiera per mietere quintali di vittime virtuali preoccupatevi, ma non ne fate un dramma: a differenza di quanto pensa la vostra ansiosa genitrice non siete una nuova specie di tossicodipendente informatico, probabilmente siete solo insoddisfatti, infelici o frustrati; un bel passo avanti, no?

Keith Bakker, esperto in problematiche psicologiche dell’infanzia, è direttore del centro Smith & Jones di Amsterdam, istituto da lui stesso fondato nel 2006, unico in tutta Europa a occuparsi dell’uso compulsivo di videogiochi, una delle tante sindromi contemporanee, collaterali alla diffusione massiva della tecnologia.

Bakker ha lavorato con centinaia di ragazzi in questi due anni ed è arrivato alla conclusione che la maggior parte delle persone che fa un uso smodato di pratiche videoludiche non può essere accomunata con coloro i quali mostrano dipendenze di tipo classico, ad esempio alcool e droghe. Sottoponendo ai suoi pazienti una serie di test sul modello di quelli studiati appunto per le dipendenze classiche, Bakker ha raccolto una notevole mole di dati su questa casistica specifica, dalla cui analisi risulta che soltanto nel 10 % dei casi si possono rilevare i sintomi tipici dei casi di dipendenza, mentre il restante 90 % non mostrerebbe tali comportamenti.

“Questi ragazzi arrivano qui mostrando alcuni sintomi simili a quelli di altre dipendenze e assuefazioni di tipo chimico”, sostiene Bakker, “ma più lavoriamo con questi ragazzi e meno penso che possiamo definire il loro comportamento come dipendenza. Quello di cui hanno bisogno molti di questi ragazzi è la vicinanza dei loro genitori e dei loro insegnanti – è un problema sociale”. “Il problema provocato dai videogiochi è il risultato della società in cui viviamo oggi”, continua Bakker. “L’80 % dei ragazzi che abbiamo avuto nella nostra clinica erano vittime di bullismo e a scuola si sentivano isolati. Molti dei problemi che presentavano erano risolvibili con le buone vecchie pratiche comunicative”.

L’87 % dei ragazzi che sono vittima di tale sindrome ha meno di diciotto anni e Bakker indica nell’assenza o comunque nel fallimento dei genitori e nella loro incapacità di stare vicino ai figli la radice di tali disturbi: i ragazzi isolati e soli, sanno esattamente cosa stanno facendo e non hanno intenzione di smettere poiché, non trovando alcun aiuto esterno, è l’unico strumento di sollievo che hanno a disposizione. Viste quindi le premesse Bakker ha deciso di modificare l’approccio dell’istituto, cambiandone i programmi di recupero. Ora i ragazzi colpiti da tali disturbi sono avviati a svolgere pratiche che ne aumentano le abilità comunicazionali e le capacità relazionali, con l’obiettivo quindi di fornirgli quegli strumenti atti a non farli più sentire soli, liberandoli così dalla “coperta di Linus” dei videogiochi.

Insomma, non è una dipendenza nel senso stretto del termine, ossia un comportamento compulsivo con basi fisiche e premesse psicologiche, ma una risposta comportamentale a un problema sociale, quello della solitudine degli adolescenti… E voi, da quand’è che state davanti a questo monitor?

Fonte

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2 Commenti

  1. spalanca

    bah… io il tempo che passo ai videogame lo misuro in giorni e non in ore….. anzi gioco di piu adesso che ho 30 anni che quando ne avevo 15 e la mia vita sociale non è mai stata così attiva come in questo periodo.
    mi sa che il dottor bakker dice così perchè non ha il manico per giocare con la PS e allora dice che chi gioca ai videogiochi è uno sfigato!

  2. pada

    coi tempi che corrono meglio la dipendenza gameistica che farsi ammazzare da un automobilista ubriaco e cocainomane.

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