I videogiochi sono culturali? Se non pagano le tasse si

Videogame e Console     Autore: Alessandro Crea Aggiungi un commento

“Tutti i videogiochi sono prodotti culturali, tuttavia non siamo riusciti a farlo capire alla Commissione Europea durante i nostri colloqui. In diciotto mesi di duri negoziati siamo giunti a una definizione di giochi come prodotti culturali che purtroppo esclude il 30-40% dei titoli attualmente prodotti”.  Così riferisce Guillaume de Fondaumière, CEO della software house Quantic Dream. Questione di cultura o di tasse?

Alla fine dello scorso anno la Commissione Europea ha approvato una richiesta da parte del governo francese di applicare all’industria dei videogiochi la possibilità di ottenere esenzioni fiscali di circa il 20%, così come già accade per i film.  L’idea era buona e avrebbe sicuramente contribuito a promuovere lo sviluppo di un’industria videoludica europea più forte e incisiva all’interno del panorama internazionale. Purtroppo per gli sviluppatori però quando la Comunità Europea si muove, ha bisogno di definire, incasellare e mettere paletti su tutto ciò che prende burocraticamente in considerazione ed è quanto accaduto anche questa volta. La definizione, ottenuta dopo mesi di trattative, cui fa riferimento Fondaumière, recita infatti che i videogiochi possono essere considerati prodotti culturali solo se “possiedono qualità, originalità e contribuiscono alla diversità culturale”.  Una definizione certamente fumosa e suscettibile d’interpretazioni soggettive, giacché i termini stessi cui si riferisce come parametri di giudizio andrebbero a loro volta definiti in maniera univoca. “Preferisco comunque vedere il bicchiere mezzo pieno” dice ancora Guillaume de Fondaumière “e penso sia un passo importante nella giusta direzione. Questa misura procurerà benefici al settore francese dei videogame e credo che dobbiamo continuare, a livello europeo, ad educare la gente su cosa siano i videogiochi e perché sia importante avere un settore europeo dei videogame vivo e vitale. Solo così, probabilmente, in futuro otterremo dall’Unione Europea un riconoscimento molto più ampio dei videogame come forma di espressione culturale.  Il mio obiettivo infatti è quello di far riconoscere tutti I videogiochi come forma espressiva, come avviene già per i film.”  Secondo Fondaumière inoltre il punto fondamentale nella difficoltà di accettare che i videogiochi siano un’espressione culturale è il gap generazionale tra chi gioca e chi decide, osservazione che centra perfettamente il problema.

Appare ovvio infatti che la discussione tra industria dei videogiochi e Commissione Europea giri attorno ai soldi, con i primi che intravedono in queste esenzioni un’importante occasione di crescita industriale e i secondi che, da amministratori, cercano ovviamente di non elargire facilitazioni ingiustificate a destra e a manca, per un volume di entrate perse che sarebbe consistente qualora dovessero sposare in toto il punto di vista di Fondaumière. Ma appunto, di là dalla querelle economica i giochi possono davvero essere considerati il prodotto di un’espressione culturale? La differenza d’età tra chi gioca e chi decide diventa a questo punto critica e del resto è un fenomeno che c’è sempre stato. I pittori del movimento dei Fauves, nella Parigi degli inizi del ‘900, erano ad esempio accusati da tutti i maggiori critici dell’epoca (ben più anziani di loro) di essere totalmente privi di stile e dipingere come bestie appunto. Ora i loro quadri fanno bella mostra di sé in tutte le maggiori gallerie del mondo e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo, citando scrittori e cineasti, prima sotterrati dalla critica per poi essere recuperati, magari qualche decennio dopo, quando i tempi erano più maturi. Dal mio canto penso che qualsiasi produzione umana sia da considerarsi un documento culturale, una testimonianza dei nostri tempi, giacché nessuno opera in un vacuum, ma tutti siamo immersi nella rete sociale e culturale, per cui non possiamo fare niente, anche volendo, che sia insignificante. I giochi, tutti, ci parlano del nostro mondo, di quello che viviamo, anche se ovviamente riletto e trasfigurato dall’interpretazione più o meno artistica. Sicuramente ci saranno giochi più o meno buoni e riusciti, più o meno artistici, ma anche il più brutto offre comunque uno sguardo sul nostro mondo e se contiene un elemento è perché evidentemente esso è rilevante nella cultura attuale. Ora dunque attendiamo solo o che i membri della Comunità Europea ringiovaniscano o che i tempi, appunto, cambino.

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