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| Pubblicato il: 15.10.2009 | A cura di: Pasquale Lorusso |
“To share, or not to share: that is the question”. Chissà, forse Shakespeare oggi cambierebbe così la celebre frase del suo Amleto, nella società in cui essere (to be) si vede anche da ciò che si condivide (to share). Facebook, primo fra tutti, è il banco di prova più diffuso per capire chi sono i nostri amici, a partire da ciò che pubblicano sulla propria bacheca e da come commentano i link degli altri.
L’invenzione di Mark Zuckerberg ha rivoluzionato l’uso della parola “amicizia”, appiattendone il significato e mettendo sullo stesso piano gli amici d’infanzia con le ultime conoscenze da bar.

Pensateci su: chi c’è nella vostra friend list? Ci sono gli amici di una vita, quelli conosciuti il giorno prima e appena aggiunti sul social network, e poi ci sono i colleghi, i parenti, i fidanzati, gli ex, oltre agli sconosciuti che non si sa neppure come siano presenti in elenco.
Nella vita quotidiana non ci sogneremmo mai di mostrare le nostre foto private al capoufficio, né renderemmo pubblico il nostro nuovo numero di cellulare all’ex fidanzata o fidanzato con cui non abbiamo più un buon rapporto.
Su Facebook, di default tutto è condiviso allo stesso modo, cancellando le amicizie gerarchiche che ci costruiamo nella vita quotidiana. Tuttavia, c’è un modo per ristabilire la piramide delle conoscenze verticali. Vediamo come.