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| Pubblicato il: 03.12.2008 | A cura di: Alessandro Crea |
Dalla sua comparsa sul mercato, all’inizio degli anni ottanta, l’hard disk è forse il dispositivo hardware che si è evoluto meno tra tutti i componenti di un personal computer. Ovviamente molto lavoro è stato svolto sviluppando tecnologie che ne migliorano le prestazioni in lettura e scrittura attraverso varie tecniche, come ad esempio il Perpendicular Recording o l’NCQ (Native Command Queuing) ed aumentando di pari passo la quantità di dati che possono essere trasmessi al resto del sistema, migliorando le interfacce di connessione o aumentando la velocità di rotazione dei dischi ma, sostanzialmente, si può dire a buon diritto che gli hard disk restano tuttora i veri colli di bottiglia del PC.
Anche le memorie flash sono una vecchia conoscenza nel mondo del computer e sono state impiegate, da sempre, anch’esse per immagazzinare dati in maniera stabile, essendo di tipo non volatile, come ad esempio nel caso delle EEPROM, delle ROM o delle pen drive USB. Indubbiamente si tratta di una soluzione di storage con molti vantaggi rispetto alle memorie di massa elettro-meccaniche come gli hard disk, anzitutto proprio perché, non avendo parti in movimento, sono assolutamente silenziose e, soprattutto, non soggette ad usura o rottura, sia a causa di urti accidentali che semplicemente per l’età, essendo quindi molto più sicure. Le memorie flash poi, sempre per lo stesso motivo precedente, sono anche molto più veloci, sia per quanto riguarda i tempi di accesso, nell’ordine dei decimi di millisecondo contro gli oltre dieci millisecondi degli hard disk tradizionali più performanti, sia in lettura che in scrittura, garantendo transfer rate che forse solo dischi con interfacce SAS/SCSI a 15.000 rpm possono garantire tra gli hard disk tradizionali.
Purtroppo però anche le memorie flash hanno un risvolto della medaglia, costituito da un costo per bit più elevato e da una durata media di vita, in termini di scritture e riscritture, inferiore ai supporti di tipo magnetico. Poiché forse il campo in cui gli HDD sono migliorati di più dalla loro nascita ad ora è proprio nella capienza, che ha ormai raggiunto il Terabyte (1000 Gigabyte), si capisce come ci siano state, finora, grosse difficoltà a sviluppare soluzioni di memoria non volatile di grandi dimensioni che potessero davvero risultare vantaggiose rispetto ai normali hard disk. Tuttavia la tecnologia progredisce incessantemente e alcuni dei limiti sopra elencati iniziano a trovare soluzione, mentre i prezzi di produzione di tali unità stanno lentamente scendendo.
Una delle aziende che più crede nello sviluppo di questo settore per la memorizzazione dei dati su PC è proprio Intel che, grazie al suo peso di colosso industriale del settore hardware, è riuscita di fatto a smuovere le acque e a far decollare l’interesse e l’impegno in R&D per queste soluzioni da parte delle maggiori aziende di memorie a stato solido. Già da qualche anno i primi SSD (Solid State Disk) hanno quindi iniziato a fare capolino sul mercato, impiegati in vari modi, sia come soluzioni di storage esterne che interne e, sebbene le capienze siano ancora esigue rispetto agli hard disk attuali, il loro impiego sta crescendo, assieme all’interesse del mercato e dei consumatori nei loro riguardi.Proprio Intel produce una delle soluzioni più interessanti in quest’ambito, la famiglia di dischi X, caratterizzata da buone capienze ed ottime prestazioni. Noi abbiamo ricevuto in redazione il modello X25-M da 80 GB, destinato al segmento mainstream del mercato.
